lunedì 13 dicembre 2010

Il migliore dei mondi possibili

È cominciata la guerra informatica fra hacker. In uno dei miei post deliranti che saltuariamente dedico all’utopìa di una futura nuova Era Planetaria, preconizzo una rivolta degli informatici che sancisce il crollo definitivo dell’Era Moderna. Il post è dell’aprile del 2008.
Sembra che il futuro vada in questa direzione: attacchi e contro-attacchi di pirati informatici che difendono l’una e l’altra bandiera, quella del sistema plutocratico mondiale e quella della “nuova Internazionale rivoluzionaria”, per dirla con le parole di Federico Rampini quando si riferisce agli attuali sostenitori di Jiulan Assange.
La prima è ben descritta (già più di trent’anni fa!) nel film cult Quinto potere, in un formidabile monologo del capo di una grande multinazionale. Vi invito a guardarlo, prima di andare avanti nella lettura del post: sono solo cinque minuti scarsi.



Non è sempre più attuale tutto questo?
La seconda bandiera sventola, invece, in favore della libertà di esprimere le proprie opinioni e il proprio dissenso, nonché di condividere in rete le informazioni, all’insegna della trasparenza e della verità.
Questa guerra è solo agli inizi e non sarà combattuta sulle barricate e attraverso scontri in piazza. Le agitazioni e le manifestazioni violente a cui pur assistiamo tuttora, sono – al di là del segnale di una esasperazione crescente delle masse lavoratrici e studentesche – il rimasuglio, gli ultimi vagiti di forme di lotta ormai anacronistiche e, onestamente, poco intelligenti.
Oggi il potere è in mano all’informatica, uno strumento che il sistema non è in grado di controllare, di rendere innocuo. I «Ddos attack» e altre analoghe forme di boicottaggio possono mettere in ginocchio i centri del potere, dell’amministrazione, del commercio, delle finanze, dei servizi pubblici… cioè qualsiasi realtà informatizzata, in una parola, tutto.
Il sistema non potrà – prima o poi - non prenderne atto. E non potrà più permettersi di agire indisturbato nel disprezzo di qualsiasi verità e di qualsiasi diritto.

È per questo motivo che il «caso Assange» è così emblematico. Wikileaks segna un punto di non-ritorno nella storia del diritto internazionale. Il re è nudo: vale a dire che gli Stati Uniti, esportatori di democrazia ad alto prezzo e modelli universali del migliore dei mondi possibili fanno sempre più fatica a nascondere al mondo intero la loro insopportabile arroganza.
Assange, un cittadino australiano, viene arrestato attraverso un mandato di cattura internazionale, per un’accusa di cui si ignora il reale fondamento. Comunque, dalle indiscrezioni, il reato è gravissimo: Assange ha fatto ripetutamente sesso con delle donne maggiorenni e consenzienti e, come se non bastasse, durante l’atto sessuale ha usato il peso del suo corpo per tenere ferma la partner “in maniera sessuale” (testuali parole della magistratura svedese: niente popo’ di meno!). Inoltre, questo delinquente di biondino ha rotto il preservativo nel bel mezzo del rapporto, senz’altro in modo criminoso, al punto di "molestare deliberatamente la propria partner al terzo rapporto in un modo tale da violarne l' integrita' sessuale" (parole sempre testuali). Senz’altro è pura coincidenza che una delle due donne sia una femminista attivista di un’organizzazione di anti-castristi che fanno capo alla CIA.
Va aggiunto che questo crimine è stato commesso in Svezia, il terzo paese al mondo per rapporti sessuali occasionali non protetti (ben il 66% della popolazione tiene tale comportamento); un paese dove solo pochi mesi fa un medico sieropositivo che consapevolmente e ripetutamente aveva consumato rapporti sessuali non protetti con ignare vittime, contagiandole, è stato condannato con una pena severissima: ben dieci mesi di carcere e 3500 euro di multa… Be’, emanare un mandato di cattura internazionale nei confronti di un depravato stupratore come Assange era il minimo che si poteva fare.
Ironia a parte, tutto questo getta una luce non particolarmente benevola sull’indipendenza del sistema giudiziario della civilissima Svezia e sull’indipendenza dell’intero paese nei confronti degli Stati Uniti.
E così Assange è recluso in Inghilterra, la patria del costituzionalismo liberale (!), quando non vi è ancora alcuna nessuna comunicazione ufficiale spedita al diretto interessato, il quale quindi si trova in carcere senza neppure sapere da quali accuse deve difendersi. Eppure, l’Articolo 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali approvata nel lontano 1950 - convenzione che sia la Svezia che il Regno Unito sono tenuti ad applicare - stabilisce che ogni persona accusata di un crimine deve essere immediatamente informata della natura dell’accusa contro di lui.
Ma sono dettagli di poca importanza, se consideriamo il vero «deus ex machina» della faccenda: la gloriosa democrazia americana, colpita al cuore dai cablogrammi di Wikileaks. Del resto, si sa, questi bambinoni degli americani (che sono peraltro la potenza militare più forte del mondo) fanno le cose in maniera più folkloristica.
Innanzitutto, stanno studiando il modo di incriminare Assange per – udite udite – «alto tradimento». Caspita! Si dimenticano candidamente che Julian Assange e' cittadino australiano e quindi non è processabile per quel reato. Un concettino semplice semplice da primo esame di Diritto. Ma forse un’idea così stravagante nasce nelle menti di quegli americani che, nella loro arroganza, concepiscono l’intero mondo come una loro estensione, senza alcuna reale autonomia. Colonie.
Inoltre, stanno studiando una legge per processare Assange per «spionaggio». Ma Assange non si è infiltrato nel territorio americano, è solo un giornalista che ha pubblicato dei dati che un funzionario insoddisfatto gli ha consegnato: la qual cosa mette solo in evidenza la debolezza dei sistemi di sicurezza degli Stati Uniti. Ma il parlamento sta discutendo per una legge ad hoc per incriminare qualcuno che avrebbe commesso un reato prima che la legge fosse approvata. Questo parlamento non risiede in qualche repubblica delle banane o in qualche dittatura asiatica, ma nella democraticissima America. Evidentemente ha ragione Obama: “we can!”.
La ciliegina sulla torta è costituita da una legge americana che ha reso illegale per il personale statale e militare leggere i cablogrammi pubblicati da Wikileaks. Ciò significa che per legge il personale statale e militare non puo’ più leggere i giornali. Non è pura follia? Che cosa sta succedendo alle nostre democrazie? Qui all’arroganza si abbina l’idiozia, la superficialità più ottusa.
Ma ci rassicurano che abitiamo, come diceva Leibniz, nel migliore dei mondi possibili.

Contro tutto questo si rivolge l’aggressione degli hacker pro-Assange. Hanno cominciato con Mastercard e Visa, le società di carte di credito che hanno improvvisamente chiuso il servizio che erogavano a Wikileaks, mentre continuano a non avere niente da ridire riguardo alle attività del Ku Klux Klan. Altre vittime sono state E-bay, PayPal, così come il sito delle poste svizzere (per una volta non neutrali) che hanno bloccato il conto ad Assange. La prossima vittima sarà Twitter, rea di aver fatto sparire tags relativi a Wikileaks e prossima alla chiusura della pagina dei fan di Wikileaks (1.100.000 iscritti, con un ritmo di crescita di 100 nuovi iscritti al minuto!). E così via, hackerando…
Gli attacchi ai siti delle organizzazioni che hanno oscurato o intralciato le operazioni di Julian Assange sono perlopiù ideati e realizzati da un gruppo chiamato Anonymous - i cui attivisti indossano maschere che ricordano il noto film V per Vendetta – sebbene Assange abbia preso le distanze da loro.
Il fatto è che la gente sparsa per il pianeta comincia ad essere stufa. Stufa di questa economia, stufa di questa politica, stufa di questa cultura omologata, egocentrica e irresponsabile… E la Rete è diventata il luogo d’incontro, di elaborazione e di risposta collettiva, dove Assange può trovare milioni di soldati per la sua battaglia, senza nemmeno prendersi la pena di cercarli.
Assange è semplicemente un simbolo di lotta per milioni e milioni di persone che non aspettano altro che una bandiera sotto cui tutti possano riunirsi.
Nel nostro piccolo, ci uniamo volentieri alla petizione de Il Fatto Quotidiano Salviamo il soldato Assange. Anche perché un domani, se andiamo avanti di questo passo, chiunque di noi potrebbe essere l’Assange di turno, nel momento in cui diventiamo antipatici al sistema.
Buon Natale a tutti e chiediamo a Gesù Bambino di portare, per il prossimo anno, maggiore verità nella nostra vita.

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