Le cose materiali contano e non contano. Certo, è meglio avere qualche soldo da parte che non morire di fame, questo lo sa anche Catalano… ma i soldi non possono renderti felice. E poi tutto gravita sotto la legge dell’«impermanenza», a partire dalla vita stessa, alla fine – imprevedibile – della quale ti viene tolto tutto quello per cui ti sei affannato per tanti anni.Le relazioni costituiscono il sale della vita, ma è bene non attaccarvisi troppo: così come nascono finiscono e le persone ci appaiono oggi in modo assai diverso da come le avevamo immaginate ieri… Inoltre, la promessa di felicità insita in un innamoramento o in un’amicizia che nasce, si trasforma di solito in qualcosa di sbiadito, di abitudinario, insomma, di non più così appagante, quando non addirittura in un fallimento. Così la sostituiamo con qualcos’altro. Ma è inutile, perché ci sarà sempre qualcosa che va storto, e non semplicemente per la Legge di Murphy, ma perché “in mondo materiale sempre c’è problema”, come diceva il Maestro Norbu Rimpoce.
È inutile sostituire… il problema non è sostituire ma trovare un «centro di gravità permanente». Qualcosa che rimane fisso, immutabile, anche se l’intero mondo intorno a te dovesse crollare. Attraverso questo centro anche l’impermanenza appare più leggera, più gentile, si trasforma in una opportunità, in un’esperienza dalla quale puoi uscire rafforzato, e non piegato. Attraverso questo centro la disillusione si trasforma in saggezza, in pazienza e in una serenità dal sapore del tutto speciale.
È in questo senso che va interpretata l’affermazione di Nietzsche "chi ha un perché nella vita può sopportare quasi ogni come". Avere un ‘perché’ solido, adamantino ti dà non solo la forza di andare avanti anche nei ‘come’ più ingrati, quando il mondo sembra ti crolli addosso, ma trasforma una situazione difficile in uno strumento di crescita. Ti fa comprendere i valori in gioco attribuendo loro le ‘giuste proporzioni’, ti mostra i limiti del modo in cui ti sei comportato fino a quel momento, ti mette in discussione, togliendo un altro velo al tuo ego…
Se rimani in contatto con il «centro» non sei mai solo, perché è un contatto che ti proietta oltre i comuni desideri umani, troppo umani, oltre il possesso delle cose e l’attenzione della gente… perché è un contatto che ti unisce alla profondità dell’esistenza, in qualsiasi modo tu voglia concepire questa espressione… e perché anche nei momenti di solitudine, di mancanza di condivisione intima con i tuoi simili, questo contatto ti dà la forza interiore che nasce da una visione profonda delle cose. Sei dentro, non fuori di te.
Ma bisogna permetterci di scendere in profondità dentro se stessi, fermandoci, ascoltandoci, coltivando la meditazione… e resistendo a offrire risposte reattive al «mondo», un confronto davvero impossibile.


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ciao,non so se è il posto giusto ma volevo fare una domanda a fabio...dunque io volevo iscrivermi ad una scuola di counseling psicosintetico e sono di torino puoi indicarmi a chi posso rivolgermi,in base a ciò che tu giudicheresti un buon percorso formativo?
capisco il difetto implicito della mia domanda ma a volte una"dritta"aiuta....
Questo centro ha un sapore malinconico, che viene un po' da lontano. Non mi sembra un qualcosa che si acquisisce con il procedere dell'età, né del "fare esperienze", seppur possano aiutare. Ha più la luce di un cambiamento, di una modifica della prospettiva alla quale siamo così affezionati; una sorta di risveglio. Quel voltarsi repentino che ti fa sembrare tutto diverso eppure sempre lì: tutto cambia, ma, allo stesso tempo, è sempre uguale.
Per molti l'impermanenza di cui parla è l'eterna ricerca di qualcosa da raggiungere, come lei stesso dice. Ora il marito, figli, famiglia, le compere insieme, gli orari in cui non ci vediamo, i fine settimana fuori. Così come la carriera... il tutto si porta dietro delusioni, nuove aspettative, crolli e tradimenti. Tuttavia ci mettiamo sempre continuamente in gioco in questo confronto con la giostra del mondo, mai paghi.
Ma il centro non si raggiunge, come dice lei, con questo atteggiamento: è uno schema che non funziona. Va cambiato e allora, ma solo allora, l'impermanenza appare "più leggera, più gentile..." (molto bella questa immagine). E' una nuova realtà guidati dal nostro "perché", che ci rende pieni in questo mondo così in (o di) periferia.
Rashida Moreau
Ciao Anonima Torinese,
"un buon percorso formativo" è tale quando realizza una profonda conoscenza di sé, qualcosa di difficilmente valutabile all'interno degli attuali standard della 'formazione'. Imparare un po' di teoria e qualche tecnica d'intervento nelle relazioni d'aiuto è senz'altro possibile presso le numerose 'scuole', ma non le conosco sufficientemente da poter valutare la presenza, al loro interno, degli elementi necessari per garantire "un buon percorso formativo". In bocca al lupo per la tua Ricerca.
Parole brucianti quando dici che “le relazioni sono il sale della vita, ma è bene non attaccarvisi troppo” per una persona come me che si butta in innamoramenti dove trova sensibilità, gentilezza, ricerca del senso e profondità, dove poter cercare, insomma, quel contatto tanto voluto dal profondo bisogno di condivisione in ognuno di noi. Ma poi, come prosegui “ le persone ci appaiono oggi in modo assai diverso da come le avevamo immaginate ieri…” e svanisce l’innamoramento, lasciando solo un senso di delusione (disillusione), di amara consapevolezza dell’ennesimo fallimento e dell’incapacità di esseri adulti ancora troppo bimbi per potersi prendere la responsabilità di una relazione autentica.
Ciò che non sbiadisce e rende abitudinario un rapporto (di qualsiasi tipo) è la condivisione del Senso, perché nella vita l’unica cosa che conta è questa: la ricerca del Senso.
Victor Frankl, lo psicanalista ebreo, lo sapeva bene; internato in un campo di concentramento non smise di studiare l’essere umano e vide che i primi a morire non erano i deboli ma coloro che non riuscivano a dare un senso alla loro situazione.
Essere radicati nel Centro è l’unico modo di non essere sopraffatto dai terremoti della vita, ma prima di arrivare alla saggezza, alla pazienza e alla serenità c’è da affrontare un grosso lutto, quello che ti fa dare l’addio al mondo ideale che hai cercato di crearti fin dalla giovinezza e di portarti dietro finora. Nel lutto devi lasciare andare tutto il buonismo, il sentimentalismo, il bisogno di appartenenza, le utopie e i desideri del bambino viziato che sonnecchia dentro di noi mentre spera (esige) che tutto vada come lui vuole. Nel lutto devi recuperare quel senso della realtà che è sfumato nell’innamoramento, che diventa brutale nella disillusione e che inizia a placarsi e tornare una calda nostalgia da tenere stretta nel cuore quando ritorni al tuo Centro.
Ecco allora che posso resistere alle “aggressioni” dell’esistenza, alle amarezze che arrivano dalla società, alle delusioni e ai tradimenti, alle ingiustizie, alla visione di tutta la sofferenza che c’è intorno a noi.
La consapevolezza esistenziale ti permette di vedere ed il Centro ti permette di sostenere ciò che vedi… il Senso permette l’esistenza radicata e consistente del Centro.
Elena
....E dunque nel continuo umano cercare "il" Centro mi sembra proprio il caso di dire:"Buongiorno e Benvenuta notte!!!"
Arya
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