martedì 21 luglio 2009

Il mio amico Costa

Ma come? È un tuo amico e lo chiami per cognome? No, in realtà, ‘Costa’ sta per Costabile, un nome non particolarmente diffuso che, nella manìa livornese del bisillabico, si è subito ridotto a metà.
Erano molti anni che non lo vedevo. L’ho ritrovato a pochi chilometri dalla nostra comunità di Fauglia, gestore di un agriturismo e di un’azienda agricola, insieme alla moglie, al figlio e a un paio di amici. Mi ha subito spiegato che queste attività non sono fini a se stesse, ma strumenti verso ciò che gli sta veramente a cuore: creare un luogo dove sia possibile una reale crescita interiore e aiutare gli altri in questo cammino.
“Cavolo! – gli ho detto – ma è proprio ciò che anima il progetto della nostra Comunità di Psicosintesi!”
“In effetti – mi risponde – il mio sogno è proprio quello di realizzare una comunità, però...”
E inizia a raccontarmi l’evoluzione delle vicende che lo hanno portato fino alla situazione attuale e di come trovi una grande difficoltà a reperire persone che intendano impegnarsi in un simile progetto comunitario. In lui non vi è alcun tipo di lamentela, ma l’amarezza è percepibile; e come potrebbe essere altrimenti?
É un fiume in piena. Io lo lascio parlare, pago della possibilità – per me che sono abituato a parlare così di frequente -, per una volta, di poter ascoltare in silenzio. Mentre parla, si muovono in me alcuni pensieri.
Il mondo è diviso in due categorie: gli apocalittici e gli integrati. Questa distinzione dà il titolo ad un saggio di Umberto Eco del 1964, nel quale l’autore fa un’attenta analisi della nuova cultura di massa.
Gli integrati sono coloro i cui valori e i cui gusti sono conformistici, massificati, omologati, e i cui interessi sono orientati esclusivamente al divertimento, all’intrattenimento, allo svago, alla superficialità del gossip. E siccome la cultura nella quale siamo calati è una cultura post-borghese, gli integrati sono dei piccolo-borghesi, che trovano la loro sicurezza nel denaro, individualistici ed estremamente attenti a quello che gli altri possono pensare di loro. Non riescono ad immaginare una realtà ‘altra’, costruita su un modello diverso, più partecipativo, più condiviso, più autentico.
Poi ci sono gli apocalittici. Loro invece sono 'diversi', tendono all’originalità e, spesso, anche alla ribellione. Rifuggono qualsiasi tentativo di omologazione, di conformismo, ma spesso anche di regola e di disciplina. E questo è il loro punto debole, perché hanno difficoltà nell’impegnarsi con fatica, nell’assumersi responsabilità a lungo termine e, proprio per questo motivo, risultano essere poco affidabili. Vogliono vivere di estemporaneità, che loro definiscono azione creativa, e di disimpegno, che loro definiscono spontaneità.
Dico a Costa che la sua amarezza è la mia. E che la difficoltà a trovare qualcuno che intenda davvero impegnarsi in un progetto alternativo, la difficoltà di trovare individui realmente alternativi, si assomma all’altra difficoltà nel trovare individui che davvero vogliano fare un cammino interiore, che vogliano confrontarsi per crescere, diventare veramente adulti, invece di rimanere dei bambini cresciuti.
E gli dico che anche noi abbiamo molti visitatori, ma sono rare le persone veramente motivate, che vadano al di là di una semplice curiosità o di una ricerca di sicurezza o di appartenenza. Costa annuisce e mi racconta altri pezzi della sua esperienza, mentre io sono mosso da ulteriori pensieri.
Una vera comunità di Lavoro non può prescindere da uno «specchio» continuo tra i suoi membri; attraverso questo specchio, questa confronto, questa trasparenza, s’impara a guardare in profondità dentro di noi, a incontrare i nostri fastidiosi fantasmi e ad esorcizzarli con l’aiuto della comunità. Ma spesso questi fantasmi appaiono come veri e propri mostri e la gente preferisce non affrontarli: fanno troppa paura. Non solo: questi mostri vengono proiettati sulla comunità, per cui tutte le aspettative positive che un tempo si aveva verso l’ambiente comunitario si ribaltano in sfiducia, risentimenti, incattivimenti, vendette... É sconsolante.
Lo comunico a Costa, e gli dico che la nostra comunità, dal 2002, non è cresciuta, ma calata di numero. Costa mi guarda, allarga le braccia:
“Guarda noi... siamo talmente pochi, che abbiamo deciso di vendere una parte della proprietà. Vogliamo cedere l’agriturismo e dedicarci totalmente all’azienda agricola. Vedi? La villa, con la piscina dietro, è in vendita...”
Gli dico che proverò ad aiutarlo a trovare un compratore, possibilmente qualcuno che riesca ad integrarsi in modo armonico con il contesto. Poi, nelle nostre reciproche solitudini, ci salutiamo con un abbraccio e ci confermiamo nella nostra fermezza di proseguire il cammino, l’Idea, in reciproca collaborazione.


Ne approfitto per dedicare a tutti gli Integrati un paio di poesie, davvero notevoli, di Sandro Bondi, il nostro ministro per i Beni e le Attività Culturali:

A Silvio
Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata
Vita vitale
Vita ritrovata

A Rosa Bossi in Berlusconi (la madre)
Mani dello spirito
Anima trasfusa
Abbraccio d’amore
Madre di Dio


Clicca qui per informazioni riguardo all’Agriturismo Mansio Romana, di Costa(bile) Giannella. Per inciso, la «mansio» era una stazione di sosta lungo una strada romana, gestita dal governo centrale e messa a disposizione di dignitari, ufficiali, o di chi viaggiasse per ragioni di stato.

martedì 7 luglio 2009

Stanchezza

In uno degli ultimi post (La malattia cronica) ho avuto modo di paragonare il nostro atteggiamento caratteriale profondo ad una malattia cronica (la cosiddetta «nevrosi del carattere» della psicoanalisi). In effetti, la «struttura del carattere» non è né più né meno di questo: una disfunzione rispetto ad un armonico atteggiamento psichico, una diminuzione della capacità di provare piacere fino ad una vera e propria sofferenza psichica e una realtà più o meno invalidante per la vita sociale. Insomma, un fardello che ci portiamo dietro.
Ciò, tipicamente, viene colto solo con grande difficoltà.
Se qualcuno ci dice che il nostro carattere è, più o meno, “una malattia”, dapprima noi rideremo dell’affermazione.
Ma se per caso, superando le resistenze iniziali, ci troveremo a lavorare uno o due anni su di noi, non rideremo più di tale affermazione… la prenderemo, anzi, per qualcosa di profondamente serio, pur continuando a non capirci nulla, o quasi.
Dopo altri anni di lavoro la comprensione comincerà a calarsi dentro, nella nostra carne e nelle nostre ossa. Inizierà a sciogliersi qualcosa e potremo nuovamente permetterci di ‘sentire’: a partire dai nostri blocchi, ritroveremo i sentimenti ‘cattivi’ rifiutati o negati e, infine, i sentimenti positivi congelati, il «cuore». Potremo lasciar andare il fardello.
Se c’è, pertanto, un segnale che io considero del tutto positivo, questo è la stanchezza, la quale, ad un certo punto del cammino psicosintetico, si affaccia in tutta la sua evidenza.
Abbiamo visto innumerevoli volte in quali strettoie ci porta il nostro «giochino», a cui abbiamo sempre tenuto così tanto. Avevamo pensato che il giochino fosse essenziale per ricevere amore (compreso l'amore da parte di noi stessi) e abbiamo, invece, progressivamente scoperto che non funziona assolutamente così. Abbiamo dovuto vederlo una, due, tre… innumerevoli volte. Siamo rimasti invariabilmente delusi, arrabbiati e doloranti… in troppe occasioni. Non ne possiamo più, ma ancora ci trasciniamo nello sforzo, perché non conosciamo altro che quel giochino.
Se uno si lamenta perché è stanco, vuol dire che è sempre nel gioco, è il-luso (‘in-ludere’, da ‘ludus’: gioco), altrimenti uscirebbe dal circolo vizioso e si abbandonerebbe alla stanchezza. E il riposo lo ristabilirebbe dallo stress in cui è cronicamente immerso.
Come ben sappiamo, lo stress è una reazione d’allarme ad una «minaccia» di qualsiasi tipo o ad una qualche «pressione».
Di fronte alla minaccia, si ha dapprima una produzione di ormoni surrenali, in modo da essere maggiormente efficienti nella difesa.
In seguito, nella cosiddetta ‘fase di resistenza’ l'organismo tenta di adattarsi alla situazione e gli indici fisiologici tendono a normalizzarsi, anche se lo sforzo per raggiungere l'equilibrio è intenso.
Se la minaccia si prolunga nel tempo, si trasforma in una pressione logorante, che consuma progressivamente le risorse energetiche dell’organismo. A lungo andare il corpo si indebolisce e, infine, si esaurisce: non ha più energia e si ha il crollo… si ha stanchezza cronica o una malattia organica.
Ecco, il Lavoro psicosintetico è in grado di evitarci un esito così drammatico. Quando la nostra reazione coatta - tesa a difendere il nostro ego impaurito - appare sempre più una tensione e un impegno inutili, quando il nostro giochino ci appare nella sua più fulgida stupidità, quando ci permettiamo di sentire tutta la stanchezza psichica di anni di sforzi improduttivi… allora le cose possono finalmente cambiare.
Allora possiamo toglierci la maschera dal volto, abbassare le spalle, sgonfiare il petto e respirare con calma. Possiamo sentire il piacere del rilassamento, come quei vecchi che per una vita hanno tenuto duro e, avvicinandosi alla fine dei loro giorni, tornano un po’ fanciulli, capaci di mostrarsi più fragili… e bisognosi.