mercoledì 10 giugno 2009

Berlusconi, il complesso d’inferiorità e i numeri

Il famigerato «complesso d’inferiorità» è una delle forme nevrotiche più diffuse della galassia.
Il discorso è semplice: mamma (o papà, o papi, secondo i gusti) ci hanno rifiutati perché eravamo poco dinamici e intraprendenti, o poco dotati e capaci, o poco sensibili e disponibili, o troppo, e quindi ingenui, o poco affidabili e responsabili, o poco scaltri e ambiziosi, o troppo alti o troppo bassi o troppo larghi o troppo stretti… Insomma, “non vai bene!”, è il messaggio che ci è arrivato.
Una volta instaurato il complesso d’inferiorità:
a) cercheremo per tutta la vita di metterci in luce e mostrare agli altri di essere meglio di loro(nella migliore delle ipotesi);
b) invidieremo con tutti noi stessi coloro che riescono a mettersi in luce, spesso identificandosi con i loro successi.
Infatti, identificandomi con la persona di successo, mi sento anch’io parte di qualcosa di grande. Questa miseria è la ragione psicologica di fondo per cui Berlusconi continua a vincere. Il suo narcisismo ormai fuori da ogni controllo riesce ad ammaliare il povero Tarantolazzi di turno, che è portato a lasciarsi sedurre da ogni tipo di promesse, anche le più demenziali e irrealistiche.
Ovviamente, altre due ragioni non meno importanti sanciscono le vittorie del Cavaliere:
a) le sue televisioni e i suoi giornali, con giornalismo servile annesso;
b) l’inconsistenza di un’alternativa a sinistra (a parte Di Pietro che però, nonostante l’incremento di voti a queste ultime Elezioni Europee, numericamente non riesce ancora ad essere determinante).

Eppure, a vedere le cose in modo più analitico, scopriamo che il papi nazionale non ha tutto quel successo popolare che va continuamente vantando. Ha preso il 35,3%, è vero, ma un terzo degli elettori non ha votato. Quindi, non solo è molto lontano dal 40-45% di cui vagheggiava, ma in realtà la percentuale di coloro che l’hanno votato scende ben al 21%, considerando il numero totale degli elettori. Anche un ragazzino delle medie, con o senza calcolatrice, riesce a fare il conto: il PDL ha preso circa 10.807.000 voti su un totale di circa 50.400.000 italiani con diritto di voto. Cioè, appunto, il 21%.
Solo un anno fa il PDL aveva ricevuto circa 13.600.000 voti (quasi tre milioni di più) su un totale di circa 47.000.000 di elettori, cioè il 29%. Un netto calo, superiore a quel 2% che viene riportato nelle tabelle in questi giorni. È finita la «luna di miele» tra il papi nazionale e gli italiani? Forse il duro lavoro psicosintetico è riuscito, in questo anno, ad avere la meglio su milioni di «complessi d’inferiorità»?

Gira su YouTube il video di una spettatrice che, a Porta a Porta, nega la mano a Berlusconi… meraviglioso! di fronte a tanti che si allungano e sbracciano, con aria trasognata e quasi incredula, per poter riuscire a toccare questo fenomeno umano… Guarda il video.

Altri numeri. Luigi De Magistris ce l'ha fatta: è stato il secondo tra gli eletti in Europa per numero di preferenze in assoluto (circa 450.000 !), Addirittura, a Catanzaro, città dove ha svolto la sua funzione di magistrato, prima che Democratici (D'Ambrosio) e Comunisti (Vacca)lo facessero fuori, l'Italia dei Valori ha preso grazie a lui il 17,3%, che sta a dimostrare quanto i cittadini abbiano apprezzato l'onestà e il coraggio con cui De Magistris ha svolto il suo lavoro. Ecco con chi sta la gente onesta e sveglia!

martedì 2 giugno 2009

La malattia cronica

Quando un disturbo ha fissato le basi da molto tempo, si dice che è «cronico». E non possiamo pensare di superare una malattia cronica in un batter d’occhio. Ci vuole intelligenza di ciò che ha prodotto il disturbo, comprensione del processo, rimozione delle cause patogene, pazienza nel sopportare le crisi di guarigione e un sostegno terapeutico tali da invertire il prolungato circolo vizioso che ci ha condotto alla malattia. Insomma, ci vuole tempo.
La stessa cosa avviene nel processo psicosintetico.
Ci vuole tempo per comprendere l’atteggiamento psichico profondo che paralizza in noi il naturale impulso ad una vita creativa. Un’intelligenza puramente intellettuale, lo sappiamo, è del tutto insufficiente. Le interpretazioni razionali e le teorizzazioni sono le nostre vie di fuga privilegiate, perché ci danno l’illusione di aver capito quando non abbiamo capito nulla, o molto poco. Non si può parlare, a rigor di termini, neppure di “aver capito” o “non aver capito”, perché la comprensione si snoda attraverso una spirale che abbraccia territori psichici sempre più ampi e profondi.
Lentamente si arriva a riconoscere le tappe evolutive che ci hanno portato a rinchiuderci in uno spazio sempre più angusto. Ciò che apparentemente si mostrava come qualcosa di puramente casuale si rivela progressivamente una lucida regia dei nostri meccanismi psichici di difesa, che hanno barattato le nostre profonde esigenze di libertà e di amore con un po’ di sicurezza e di tranquillità egoica. Insomma, arriviamo a capire che ciò che ci succede non è frutto delle sorti avverse, ma di precise scelte che il nostro Io compie sotto gl’influssi potenti della nostre occulte pulsioni.
Lentamente riusciamo ad accettare il fatto che s’impongono certe scelte; scelte difficili, certo, e penose... che dobbiamo abbandonare certe posizioni esistenziali, a cui siamo assai affezionati, dal momento che su di esse abbiamo costruito il nostro più o meno soddisfacente equilibrio. Iniziamo ad accettare dei tagli netti, dei capovolgimenti di prospettiva, sopportando tutta la sofferenza che ciò comporta: i sensi di colpa e di fallimento... la paura di perdere l’amore o di essere risucchiati in legami nei quali è a rischio la nostra autonomia... l’incontro con la solitudine e il vuoto esistenziali...
É ingenuo pensare che sia possibile affrontare tutto questo senza la possibilità di vivere «esperienze umane correttive», senza cioè avere delle relazioni – di qualsiasi tipo – all’interno delle quali essere compresi, condivisi, incoraggiati e sostenuti in questa burrasca esistenziale.
Ritengo che, in psicosintesi, l’ausilio migliore consista nel lavorare in un «gruppo», composto più o meno da una dozzina di persone, che s’incontra regolarmente – almeno una volta al mese – e che si strutturi come gruppo «d’incontro»: innanzitutto con se stessi e poi con gli altri compagni di Lavoro, in maniera onesta, trasparente e positiva. Il Lavoro svolto in gruppo – così come quello individuale - vuole tempo, anni: è ingenuo pensare di risolverlo in pochi incontri, magari nello spazio di un fine settimana. Vuole continuità, perseveranza... e coraggio.
Il coraggio è la qualità essenziale. Quotidianamente mi trovo sconsolato ad osservare come in ognuno di noi si erge un potente muro a difesa dell’ego, fatto di opinioni su noi stessi, sugli altri e sui massimi sistemi. Un muro sul quale spesso s'infrange ogni stimolo creativo. Dietro a questo muro ci ritiriamo e fuggiamo da ciò che viviamo come un'aggressione all'alta opinione che abbiamo di noi stessi.
Sgretolare questo muro è il compito più possente, ma anche più idoneo alla nostra profonda natura di esseri umani. Con pazienza.