Umberto Galimberti, in una rubrica da lui tenuta su una rivista settimanale, rispondendo ad una lettrice perplessa sull’efficacia terapeutica dell’analisi, è chiaro e perentorio riguardo all’illusione che «attraverso l’analisi si possa anche ‘guarire’». Galimberti innanzitutto afferma – giustamente – che l’analisi non è psicoterapia.
«Forse va detto chiaro, netto e tondo che la psicoanalisi non è una terapia, ma una conoscenza di sé. Che poi conoscenza di sé sia anche un modo di prendersi cura di sé e quindi di ‘curarsi’ questo lo sapevano anche gli antichi filosofi greci e prima di loro l’oracolo di Delfi che a tutti i visitatori dava sempre e comunque quel messaggio che la tradizione ha condensato in tre parole: "conosci te stesso".»
La Psicosintesi non è nata per essere una psicoterapia tra le tante. In quanto ‘psicoterapia’ la Psicosintesi non ha alcun elemento distintivo, alcuna caratteristica originale. Il suo processo, sintetizzato nel motto «conosci, possiedi, trasforma te stesso», inizia proprio con l’antica indicazione delfica citata da Galimberti. La Psicosintesi non è adatta a chi vuole guarire dai suoi sintomi, ma a chi vuole innanzitutto iniziare il faticoso percorso di conoscenza di sé. Inizia, cioè, con l’analisi. In questo senso, la Psicosintesi non si può dire che sia adatta a tutti. O meglio, parafrasando Nietzsche, potremmo dire che è per tutti e per nessuno.
«Per fare l’analisi – continua Galimberti - non occorre cultura, occorre psiche. E non tutti siamo per davvero forniti di psiche. Ma la gente vive in un rapporto diretto con le cose del mondo senza che queste cose destino alcuna risonanza interiore; altri, invece, pur vivendo tra le stesse cose, alimentano la loro vita non delle cose stesse, ma della risonanza intima. Psiche è questa risonanza. E là dove il mondo non risuona non si dà vita interiore e le soluzioni si cercano nel mondo esterno, dove è possibile far quadrare le cose senza particolari drammi e ripercussioni intime.»
Per l’analisi, non importa quanto si è intelligenti o colti o raffinati. È necessario, invece, avere la capacità d’immergersi dentro di sé, di far «risuonare» le situazioni interiormente, farle parlare per esprimere quei significati esistenziali di cui si nutre la nostra natura più intima. È ciò che Galimberti chiama «psiche». Dove vi è superficialità non può esservi analisi… e si può essere superficiali tanto perché privi di risorse mentali quanto per la mancanza di coraggio.
(continua)

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Mi sembra di capire, come il processo d'analisi, richiami le persone ad una responsabilità personale: l'analista le porta a conoscersi e, con questa nuova conoscenza, loro è il compito di trovare/creare quella o quelle "condizioni esistenziali", che siano la loro "cura".
In quest'ottica, è chiaro che la psicoterapia sia più facile, sia per chi la conduce che per chi la fa come "paziente"; non è richiesto l'impegno della persona a cercare "una nuova vita". Non gli è richiesto di prendersi la responsabilità del suo destino: ci pensa Doc. a "guarirlo".
Bello sentir parlare di risonanza e affiancare alla psiche questa parola di ampio respiro. Sembra che nel processo analitico conti solo la "risonanza", col terapeuta, con i contenuti che emergono, con quello che ti porti dietro quotidianamente. Crescere sembra un aumento sempre più significativo di questa risonanza che all'inizio contieni con difficoltà poi, diventano man mano una tua amica, è fonte di apprendimento continuo.
Grazie di queste parole.
Leti '70
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