lunedì 17 novembre 2008

Spleen

“Quando come un coperchio, il cielo basso e greve
schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio
e stringendo in un unico cerchio l'orizzonte
fa del giorno una tristezza più nera della notte.
Quando la terra si muta in umida cella segreta
dove sbatte la Speranza, timido pipistrello,
con le ali contro i muri e la testa nel soffitto marcio.
Quando le immense linee della pioggia
sembrano inferriate di una immensa prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni dentro i nostri cervelli
dispone le sue reti,
Furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo
che fa pensare al gemere ostinato d'anime senza pace né dimora.
Senza tamburi, senza musica,
sfilano funerali a lungo, lentamente, nel mio cuore.
Speranza piange disfatta e Angoscia,
dispotica e sinistra, infilza nel mio cranio il suo vessillo nero.”

Non so quale tipo di esperienze abbia portato Baudelaire a sviluppare una simile sensibilità. La percezione del «nonsenso» della propria vita può nascere dalle situazioni più diverse.
Un bambino che non è stato amato può ritenere impossibile raggiungere l’intimità indispensabile a rompere l’isolamento esistenziale.
Un anziano che lascia il suo ruolo di adulto produttivo, sul quale aveva investito tutto se stesso, può perdere l’identità personale, non riconoscersi, e accettarsi, più.
Così come molti possono ritenere inutile un’esistenza dove la naturale sana asserzione di sé è gravemente compromessa.
E possono ritenere ostile, minacciosa e da disprezzare profondamente una società che impedisce ad un giovane di trovare la propria collocazione in mezzo agli altri, in base al proprio talento…
Che impedisce ad una giovane coppia di trovare un alloggio per dar vita ad un nuovo nucleo familiare…
Che obbliga i bambini a crescere e formarsi nel brutto, nel volgare, nel banale, nell’irresponsabilità e nell’egoismo sfrenati…
Che sforna i provvedimenti più irrazionali, i quali rendono la nostra vita sempre più visibilmente irrazionale, al punto che molti di noi osservano, con sguardo allucinato, quanto avviene sotto i propri occhi…
Che sempre più scava un abisso tra le caste di privilegiati – spesso gli individui più ignobili – e il popolo dei sudditi, tenuti nell’ignoranza, nell’illusione, nell’impotenza…
Una società può sancire la fine della Speranza e nessun trastullo, nessun diversivo - ai nostri occhi di sensibili disadattati – può suscitare un surrogato di Senso.
“Furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo…”

giovedì 6 novembre 2008

No, we can’t


Finalmente una buona notizia. Barack Obama ha vinto le elezioni presidenziali americane, riportando l’intelligenza al potere – il suo luogo naturale - e, nello stesso tempo, rinverdendo il «sogno americano». Dal momento che il presidente degli Stati Uniti d’America è il personaggio più influente a livello planetario, non possiamo che rallegrarci, perché gli effetti della sua politica toccheranno in qualche misura anche il nostro paese.
Detto questo, brindiamo, festeggiamo… e poi torniamo alla nostra triste realtà.
Perché specchiandoci nel popolo americano, improvvisamente, ci scopriamo più miseri e ci vien voglia di nasconderci - per pudore, per vergogna. Qui da noi non è l’intelligenza ad essere al potere, ma l’arroganza, l’ottusità, il cattivo gusto, il malaffare.
Ma, soprattutto, ci scopriamo più tristi. Perché non abbiamo un sogno da cullare, da coltivare, un sogno su cui nutrire speranza. Il «sogno americano» si basa sull’idea che chiunque, se capace, possa avere la possibilità di esprimere la sua vera natura, sviluppare il suo potenziale, essere riconosciuto per quello che vale, ottenere nella società il posto che merita… In Italia tutto questo è un miraggio. E i giovani lo sanno. C’è un’aria di rassegnazione, di demotivazione, di apatia che fa paura. Anche nelle generazioni non giovanissime si respira un’aria di nonsenso. La terapia può far ben poco, come potrebbe far ben poco di fronte alla depressione di un ergastolano. Non si tratta di problemi «intrapsichici», ma reali, oggettivi. Non illudiamoci.
In Italia solo i raccomandati, i servi del potere e i ‘furbetti del quartierino’ hanno concrete possibilità di realizzare i propri sogni (dirò di più: di ‘nutrire’ dei sogni in maniera realistica).
No, we can’t.

martedì 4 novembre 2008

La cultura del permissivismo - 2

Su, abbiamo il coraggio di riconoscere che, mediamente, i giovani contemporanei sono sufficientemente «viziati». Non li facciamo diventare così!
Le dodici regole del post precedente ci ricordano in che modo viziamo i nostri figli. Fin dalla nascita accondiscendiamo ogni loro desiderio. Ogni loro capriccio è un ordine e ogni loro responsabilità una bestemmia. Magari facciamo gli straordinari per garantire loro l’ultima trovata della moda. Ci mancherebbe altro! Cosa potrebbero pensare gli amici?
Fin dalla tenera età li esponiamo a un linguaggio volgare, ma socialmente apprezzato e incoraggiato. La loro igiene fisica ci sta a cuore più della loro igiene psichica. Del resto, a quale igiene psichica ci sottoponiamo noi stessi? Non ridiamo anche noi, molto divertiti, quando il comico televisivo usa lo stesso linguaggio osceno?
Fin dall’età della ragione li «educhiamo» nel relativismo morale, pensando che offrire degli stabili valori di riferimento significhi essere intolleranti e fanatici. Ma quali valori saremmo ormai in grado di trasmettere loro? L’obbedienza ad un società malata? Il rispetto del rampantismo sociale? L’ossequio a slogan del tipo “giovane (anzi, adolescente) è bello”, “con i soldi si ottiene tutto”, “al di fuori della famiglia non c’è da fidarsi di nessuno”, e così via?
Fin dal loro ingresso nel mondo sociale difendiamo ogni loro azione e li proteggiamo di fronte ad ogni conflitto, cercando i torti solo negli altri, mai in loro. Li giustifichiamo, li facciamo sentire sempre dalla parte della Verità, contro un mondo cattivo e ingiusto.
Questo tipo di educazione viene a costituirsi come un ostacolo potentissimo al loro sviluppo, alla loro maturazione, insomma, alla loro crescita umana. Questo tipo di «non-educazione» li fa rimanere dei bambini, intellettualmente acritici e affettivamente immaturi.
Questo tipo di «non-educazione» alimenta la nostra cultura narcisistica e favorisce lo sviluppo di personalità narcisiste.
Intendiamoci, esiste tanto un narcisismo “sano”, quanto uno “patologico”.
Affermare la presenza di un narcisismo sano equivale a riconoscere l’esistenza di determinati “bisogni narcisistici” (o bisogni dell’Io) che fanno parte del corredo naturale di un individuo e che devono essere incoraggiati dai genitori. Essi emergono insieme all’emergere dell’Io e comprendono i bisogni di considerazione, di risonanza, di comprensione, di partecipazione e di rispecchiamento. Anche ogni adulto sano ha bisogno di trovare adeguata considerazione al di fuori di sé, deve sentire che ciò che esprime trova risonanza negli altri, desidera sentirsi compreso con calore, nutre l’esigenza di condividere con altri esseri umani le sue idee, i suoi sentimenti e il suo agire, insomma, ha bisogno di confrontarsi e specchiarsi nell’altro in maniera profonda.
Di contro, una «personalità narcisista» tenderà a instaurare rapporti dove l’altro non è vissuto di per sé, ma come parte di sé stessi, dove l’altro, quindi, non esiste realmente. La personalità narcisista desidera la conferma del partner, dei figli e del proprio mondo in genere, e il suo interesse principale è garantire la sopravvivenza della propria immagine gonfiata del falso Sé.
Le tendenze narcisisistiche, da una parte, generano negli altri sentimenti di ammirazione e di invidia, dall’altra conducono l’individuo, nonostante le apparenze, in una spirale d’isolamento e solitudine. Successo, riconoscimento pubblico, espressione sicura e disinvolta nell’ambito sociale, ma anche distacco e incapacità ad entrare in contatto profondo con gli altri, ad abbandonarsi alle relazioni e ad uscire dalle proprie illusioni egoiche, contraddistingue ogni narcisista.
Un individuo narcisista nutre ricordi di un’infanzia senza problemi, protetta; è stato incoraggiato e lodato dai genitori nelle sue prestazioni; spesso mostra una ricchezza di possibilità e di talenti fuori dal comune; è stato ammirato e invidiato e il suo successo è stato l’orgoglio dei genitori. Eppure, dietro a tutto questo sta, in agguato, la depressione, l’insignificanza personale, il senso di vuoto, di autoalienazione, la perdita di senso. Spesso è sufficiente un leggero insuccesso, il fallimento di un rapporto o la constatazione della propria reale solitudine e difficoltà di comunicare, da persona a persona, con gli altri esseri umani, per far crollare l’immagine del falso Sé.
Vi prego - genitori, insegnanti - non alimentiamo questa misera cultura del narcisismo!
Non credo che l’attuale sistema socio-culturale possa portare all’uomo di domani quella felicità di cui ha diritto. Non penso che giustificare ogni azione di un ragazzo contribuisca a formare in lui un adeguato senso della realtà. Non penso che proteggere all’eccesso un figlio possa aiutarlo ad acquistare quella necessaria sicurezza e fiducia di sé. Non penso che assecondare ogni suo desiderio materiale possa sostituire la soddisfazione dei suoi bisogni reali: di contatto, d’intimità, di calore, di comprensione, di partecipazione profonda.
La nostra società, invece, sta attualmente percorrendo questa strada. Il nostro disinteresse, perché presi dalla nostra «realizzazione» sociale, e la nostra mancanza di tempo da dedicare ai nostri figli, li spinge verso surrogati affettivi nocivi e spesso assai rischiosi. Non cerchiamo di esorcizzare i nostri sensi di colpa assecondando – e talora condividendo appieno - il loro consumismo e diventando dei loro ‘amici’, invece che adulti tali da costituire dei punti di riferimento per i loro valori e le loro scelte.
Ecco di che cosa ha bisogno un ragazzo in crescita: di attenzione e comprensione per il suo mondo, di calore e sostegno affettivo, di modelli adulti capaci d’incarnare valori autentici, che sappiano anche porre – prima a se stessi e poi agli altri - dei limiti rigorosi e razionali insieme.
E poi di fiducia, fiducia, fiducia…