Negli anni ’70, su un giornale americano apparve un curioso articolo sugli effetti dell’attuale educazione «liberale». All’interno dell’articolo si riportavano “le dodici regole da applicare per fare del proprio figlio un buon delinquente”, redatte dalla Direzione della Polizia di Seattle, nello stato di Washington.1.Fin dall’infanzia dategli tutto ciò che desidera. Crescerà così pensando che il mondo intero gli è dovuto.
2.Se dice delle volgarità, ridete. Si crederà molto astuto.
3.Non dategli alcuna formazione morale. Quando avrà ventun’anni sceglierà da solo.
4.Non ditegli mai “è male”. Potrebbe farsi un complesso di colpa e, più tardi, quando sarà arrestato per furto d’auto, sarà persuaso che sia la società a perseguitarlo.
5.Raccogliete quello che lascia in disordine. Avrà così la certezza che sono sempre gli altri i responsabili.
6.Lasciategli leggere tutto. Sterilizzate ogni oggetto intorno a lui, ma lasciate che il suo spirito si nutra di immondizie.
7.Litigate sempre in sua presenza. Quando il vostro matrimonio andrà in pezzi, non sarà turbato.
8.Dategli tutto il denaro che pretende, che non debba guadagnarlo. Ci mancherebbe che incontrasse le vostre stesse difficoltà!
9.Che tutti i suoi desideri siano soddisfatti: cibo, bevande, comodità, divertimenti. Altrimenti, si sentirà frustrato.
10.Prendete sempre le sue difese. I professori, la polizia ce l’hanno con lui, povero piccolo.
11.Quando sarà un buono a nulla, affrettatevi a dire che non avete mai potuto farci niente.
12.Preparatevi una vita di dolore: l’avrete.
Alcune precisazioni.
Prima. Non sono un fan delle forze dell’ordine, né lo sono mai stato. So bene che dietro a queste regole può nascondersi un atteggiamento di ossequio al legalismo, all’autoritarismo e all’obbedienza che, personalmente, non condivido affatto. Tale ossequio non fa parte della mia «natura» e neppure della mia «cultura».
Seconda. Ogni affermazione è, per forza di cose, unilaterale. La realtà, se guardiamo appena sotto la scorza superficiale, è una cosa e il suo opposto. Quando sostengo una tesi, non significa che la mia affermazione abbia un’intenzione assoluta, ma che va colta in relazione ad un contesto. Se io dico “oggi fa caldo”, può voler dire che, oggi, essendo in gennaio, fa caldo in relazione alla media delle giornate invernali. Chi mi ascolta, per spirito di contraddizione, potrebbe ribattere “esagerato, allora in agosto cosa dici?”, dando, così, un valore assoluto, inesistente, alla mia affermazione che voleva semplicemente avere un valore relativo al contesto attuale.
Perché dico questo? Perché so che molte persone, leggendo le dodici regole sopra riportate, possono avere pensieri del tipo: “Bisogna dare fiducia ai giovani”, “Con i sistemi repressivi non si ottiene niente”, “Meglio sbagliare avendo un atteggiamento permissivo, che cadere nell’autoritarismo”, “Non voglio ripetere con i miei figli gli errori commessi dai miei genitori, che mi hanno fatto molto soffrire”, “In fondo, oggi i giovani sono meno inibiti rispetto alle precedenti generazioni”, e così via. Alcune di queste osservazioni sono inesatte, altre sono banali, altre ancora, nella loro astrattezza, sono dotate di una veridicità lapalissiana.
Ad esempio, “bisogna dare fiducia ai giovani” è un’affermazione talmente astratta da non significare nulla. Chi può negare la veridicità di questa affermazione? “Bisogna dare fiducia ai giovani.” Bravo… Ma cosa significa dare fiducia ai giovani, concretamente? Questo spesso non si dice, perché non lo si sa.
Altro esempio. “Con i sistemi repressivi non si ottiene niente”. Giustissimo. Ma sei sicuro di cosa puoi ottenere con i sistemi permissivi? E ancora: sei in grado di scegliere tra comportamenti autoritari e permissivi, oppure sei inchiodato ai tuoi sensi di colpa?
Ultimo esempio. L’affermazione “in fondo, oggi i giovani sono meno inibiti rispetto alle precedenti generazioni” è senz’altro inesatta. Si può dire che, indubbiamente, il loro super-ego è meno rigido e meno schiacciato dal senso del dovere rispetto ai tempi addietro. Tuttavia, se osserviamo bene come stanno le cose, vediamo che i giovani, sì, avvertono una minore pressione riguardo ai compiti della vita, ma spesso sono più irresponsabili, più egocentrici e meno sensibili alle esigenze della collettività, la loro scioltezza non è altro che un’impulsività intollerante alla frustrazione, la loro disinvoltura nel campo sessuale è dovuta ad una visione sempre più «oggettivizzata» e «mercificata» del sesso, e così via.
Ecco che cosa c’è dietro le mie affermazioni «unilaterali»: il desiderio di sottolineare qualcosa di significativo della cultura contemporanea. Non avrei certamente sottolineato queste cose cinquant’anni fa. Che diàmine, anche la psicosintesi va storicizzata.
(continua)

