In definitiva, pare che Antonio Di Pietro sia l’unico, all’interno del parlamento, che intenda promuovere in Italia una rivoluzione liberale. Né Veltroni, un ex-comunista che ha scoperto la formula del “ma anche…”, cioè “tutti insieme appassionatamente”, né Berlusconi, che non è un liberale, ma un liberista – cioè un conservatore con segrete aspirazioni monopolistiche - rappresentano una reale cultura liberale. Come dice Giovanni Sartori, «un liberale americano non sarebbe chiamato liberale in nessun paese europeo; lo chiameremmo un radicale di sinistra. Viceversa, un liberale italiano negli Stati Uniti sarebbe definito un conservatore».
Dagli inizi del XIX secolo «liberale» sta ad indicare chi è favorevole alla difesa delle libertà individuali. Ovviamente, nel corso del tempo, qualcuno si è un po’ confuso, dimenticandosi che l’eccessiva protezione delle libertà di chi è ricco e potente produce direttamente i più grandi ostacoli alla libertà dei più sfavoriti, ma anche della gente comune. Difendere i privilegi di una categoria d’individui, una «casta» - sul piano professionale, sociale, religioso, razziale… - è quanto di più illiberale possa esserci.
Allo stesso modo, la difesa intransigente dei valori di una reale o fittizia maggioranza è una pratica anti-liberale. Anche se, ad esempio, la maggioranza degli italiani si riconosce in una pratica terapeutica, imporre tale pratica per legge, ostacolando e dichiarando illegittime le cure alternative, è un provvedimento illiberale. Definire i valori a cui tutti devono far riferimento è tipico di uno «stato etico», il contrario di uno stato liberale.
Kant è chiaro nel chiedere allo stato di non interferire nelle scelte morali individuali: «Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo.»
Secondo la teoria dello «stato etico», invece, lo stato, arbitro indiscusso del bene e del male, rappresenta il fine supremo a cui tendere le azioni dei singoli per la realizzazione del bene universale. Cioè, la classica concezione fascista.
Il liberalismo è il grande assente nel panorama politico e culturale italiano, tanto a destra quanto a sinistra, ridotto a piccole nicchie di associazioni e cittadini critici e informati. La massa non pensa liberale. Dai tempi in cui il Cavaliere è “sceso in campo”, nel carattere sociale degli italiani si è progressivamente e curiosamente trasformata la spinta naturale alla libertà. Oggi, «libero» è chi è autorizzato a perseguire i propri interessi personali, contro il prossimo e contro la collettività. «Libero» è il furbo, chi si fa le amicizie giuste, chi calpesta i diritti degli altri, chi evita le proprie responsabilità. Queste caratteristiche stanno via via impregnando il tessuto dell’intero paese diffondendosi tra la gente comune… e le nuove generazioni le stanno assorbendo insieme al latte materno. Basta aver seguito le puntate di Blob, nella parte dedicata ai Volti nuovi, per farsi un’idea di ciò che pensano i diciottenni di oggi. Non c’è quindi da stupirci se, come commentava amaramente un mio amico, il 13 aprile “il popolo ha eletto l'interesse personale sopra il bene comune”.
Oggi la politica, se vuole avere una qualche utilità, deve incidere a questo livello… Oggi la politica deve riuscire a far riscoprire alla gente il gusto per l’onestà, per un lavoro ben fatto, compiuto per il bene comune... il gusto per la libertà.
Pare che Di Pietro, nell’attuale contesto, sia tra i pochi che vogliano andare in questa direzione e in grado di fare battaglie liberali… Non ha forse detto il Cavaliere: “Di Pietro mi fa orrore”? Esatto… come l’aglio per il vampiro.
Un'interessante intervista sul clima 'liberale' oggi in Italia
Travaglio-Gomez 'dimostrano' il liberalismo di Berlusconi




