venerdì 28 marzo 2008

Gratitudine

In realtà, la «formazione» dell’uomo è un compito che dura tutta la vita. Da bambini e poi da fanciulli e da adolescenti vengono poste le basi per una formazione più ampia, che porterà l’individuo alla piena conoscenza, al possesso disciplinato e alla trasformazione di sé, secondo il motto della Psicosintesi. È una ricerca della nostra natura più profonda.
Non tutti sono però adatti a questo itinerario faticoso. Lo stesso Socrate, il simbolo di questa ricerca, ne era lucidamente consapevole. Discutendo con Teeteto, nell'omonimo dialogo platonico, così si esprime:
“Quelli che amano stare con me, se pur da principio appaiono, alcuni di loro, del tutto ignoranti, tutti quanti poi, continuando a frequentare la mia compagnia, ne ricavano, purché il dio glielo permetta, straordinario profitto: come vedono essi medesimi e gli altri. Ed è chiaro che da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da se stessi molte cose e belle hanno trovato e generato.
Ma di averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me. Ed eccone la prova.
Molti che non riconoscevano ciò, e ritenevano che il merito fosse tutto loro e mi guardavano con un certo disprezzo, un giorno, prima del necessario, si allontanarono da me, o di loro propria volontà o perché istigati da altri. E una volta allontanatisi, non solo il restante tempo non fecero che abortire, per cattivi accoppiamenti in cui capitarono, ma anche tutto ciò che con il mio aiuto avevano potuto partorire, per non averlo abbastanza coltivato, lo guastarono, tenendo in maggior conto menzogne e fantasmi che la verità. E finirono per apparire ignorantissimi a se stessi e agli altri. [...]
Ora, quelli che si accompagnano a me, anche in questo patiscono le stesse pene delle donne partorienti: perché hanno le doglie, e giorno e notte sono pieni d’inquietudine assai più delle donne. E la mia arte ha il potere appunto di suscitare e al tempo stesso di calmare i loro dolori. Così è dunque di costoro.
Ce n’è poi altri, o Teeteto, che non mi sembrano gravidi e, allora, codesti, vedendo che di me non hanno bisogno, mi do premura di collocarli altrove. E diciamolo pure: con l’aiuto del dio, riesco facilmente a trovare con chi possano congiungersi e trovar giovamento. [...]
Ebbene, mio eccellente amico, tutta questa storia io l’ho tirata per le lunghe proprio perché ho il sospetto che tu, e lo pensi tu stesso, sia gravido e abbia le doglie del parto. E dunque affidati a me, che sono figlio di levatrice e ostetrico io stesso, e a quel che ti domando vedi di rispondere nel miglior modo che sai. Se poi, esaminando le tue risposte, io trovi che alcuna di esse è fantasma e non verità, e te la strappo di dosso e te la butto via, tu non ti sdegnare con me come fanno per i loro figli le donne di primo parto. Già molti, amico mio, hanno nei miei confronti questo risentimento, tanto che sono pronti addirittura a mordermi, se io cerco di strappar loro di dosso qualche scempiaggine. E non pensano che io faccio questo per benevolenza.”

Alcuni, semplicemente, non sono gravidi - per riprendere la metafora socratica - non possiedono quell’inquietudine che costituisce la conditio sine qua non di ogni autentica ricerca. Altri si stancano prematuramente di questo tormento della gestazione e si ritirano, convinti di poter andare avanti con le sole proprie forze. La superbia o le influenze nocive li portano inevitabilmente ad abortire e a distruggere ciò che avevano precedentemente maturato. Altri ancora, alimentano in se stessi un violento risentimento nei confronti del «maieuta», dimenticando qualsiasi gratitudine e, addirittura, calunniandolo.
Così è la vita…
La gratitudine… La gratitudine è un’importante qualità psicosintetica.
Ieri sera ho fatto visita a mia madre, una ottantaseienne giunta ormai al termine della sua vita, non più lucida mentalmente, costretta a letto in seguito ad una paresi che le ha compromesso la funzionalità della parte sinistra del corpo, non ancora rassegnata a vivere con una badante con la quale non ha familiarità e che vive come una presenza invadente, visitata da angosce diurne e notturne che le parlano di impotenza, solitudine e nonsenso.
Durante la notte ho fatto un sogno. Ho sognato che mi svegliavo riposato, mi alzavo dal letto con in mente una serie di attività quotidiane che mi aspettavano, facevo i miei esercizi mattutini di scioglimento e di respirazione, andavo in cucina e, nel piacevole silenzio della mattina, mi preparavo la colazione… Poi, con l’aroma del caffè che ancora riempiva la casa, mi preparavo ad uscire… e mi sentivo profondamente grato alla vita.

giovedì 27 marzo 2008

Sull’educazione, 5

L’educazione è un compito assai complesso, non c’è che dire. E si muove sulla linea sottile che corre tra l’autorità «paterna» e la libertà di espressione individuale. Un altro appunto di Assagioli recita così:
“Sintesi fra i due opposti principi della libertà e dell’influsso attivo esercitato. La libertà sola data all’allievo non basta. Egli stesso chiede direzione, guida, aiuto.”
Educare alla «responsabilità», che è la sintesi perfetta di libertà e dovere, di espressione creativa ed obbedienza ad una legge. In un’educazione di questo tipo, il principio di autorità va esercitato nel modo più «impersonale» possibile, ad esempio nelle cosiddette ‘punizioni’.
“Cercar che le cose stesse puniscano il fanciullo, che egli veda la reazione indebita. Deve essere qualcosa d’impersonale, una legge della vita, che l’adulto applica e lascia manifestare e indica e spiega impersonalmente.”
“Che le cose stesse puniscano il fanciullo” è educare alla responsabilità. Se guardiamo bene, «punire» e «lasciare che le cose stesse puniscano» riflettono i due atteggiamenti religiosi dell’Occidente e dell’Oriente. Nelle religioni monoteistiche c’è l’idea di una punizione divina, che scende dal Cielo, mentre le religioni orientali parlano di una legge del karma, secondo la quale le azioni, buone o cattive che siano, ricadono invariabilmente su chi le ha commesse.
Dovremmo recuperare un po’ della saggezza orientale. Innanzitutto, non dovrebbe esserci alcuna animosità nella punizione, alcun sfogo emotivo da parte dell’educatore: la punizione è data perché deve essere data.
In secondo luogo, per quanto è possibile, la punizione dovrebbe arrivare come logica conseguenza di un atto o di una scelta dell’individuo. Ad esempio, un insegnante deve far notare all’allievo che, se continua a non impegnarsi, inevitabilmente non riuscirà a superare l’esame finale. È sufficiente rendere consapevole l’allievo, in maniera sincera e distaccata insieme, evitando tutti quegli atteggiamenti, quelle pressioni, quegli scatti animosi, che rendono evidente quanto il problema riguardi l’insegnante più dello studente. E lo stesso insegnante, magari, alla fine dell’anno, fa di tutto per ‘aiutare’ l’allievo negligente. Una grande coerenza, non c’è che dire. Il genitore dello studente, nel frattempo, dopo aver minacciato fuoco e fiamme al figlio per l’intero anno, dopo la bocciatura lo premia con il telefonino cellulare di ultima generazione. “Poverino, c’era rimasto così male! E poi ha promesso che l’anno futuro farà meglio.”
Ecco, se vogliamo far diventare i giovani degli adulti irresponsabili, questo è l’atteggiamento migliore: i giovani, in questo modo, crescono con l’idea che, qualsiasi cosa facciano, vi sarà sempre qualcuno che li salverà. Ma questo non è forse il modo di pensare dei bambini di due anni, che pongono tutta la loro fiducia nel genitore onnipotente? Ancora: tale atteggiamento del genitore (o dell’insegnante) non è finalizzato a tenere il figlio (l’allievo) legato a sé, invece che renderlo libero e indipendente? Non serve, quindi, a gratificare un bisogno narcisistico dell’adulto, invece che essere al servizio di un’esigenza del giovane in crescita?
Purtroppo, la storia umana continua ad essere fatta di cicli che si ripetono in maniera monotona. È triste riconoscere che l’uomo sembra non imparare nulla. Così, ad eccessi di rigidità educativa seguono invariabilmente periodi di lassez faire, di permissivismo. Oggi viviamo un periodo in cui la disciplina e il senso di responsabilità sono banditi. Già Assagioli ne era testimone:
“Abolizione di ogni disciplina e di ogni specie di autorità. Cattivi risultati. Si è riscontrato che bambini e adolescenti cercano una guida e particolarmente un esempio, un modello.”
Chiunque, per crescere, ha bisogno di un modello. Chiunque per crescere ha bisogno di limiti e, all’interno di questi limiti, sentire di potersi muovere liberamente. Chiunque per crescere ha bisogno di punti di riferimento certi, sicuri, degni di fiducia, ha bisogno di coerenza… e invece:
“Divergenze fra adulti: il bambino non sa a chi credere, a chi obbedire. […] Figlio che è vittima dei dissensi fra i genitori. Il genitore che le dà tutte vinte al figlio, per accaparrarselo affettivamente, farsene un alleato contro l’altro coniuge. Oltre al male che ne viene al figlio, è spesso un calcolo sbagliato: il figlio spesso non stima chi è debole verso di lui, ne abusa, diventa prepotente, esigente e finisce perfino col rinfacciare al genitore la sua eccessiva indulgenza quando ne scopre i cattivi effetti in sé. Gli effetti delle discordie fra genitori, sia il ‘semplice’ disorientamento prodotto dalla diversità di opinioni, di indirizzo, di condotta, che può bastare a rendere incerto e indeciso un figlio per tutta la vita, sia i casi più gravi in cui i genitori si servono, talvolta inconsciamente, dei figli come armi l’un contro l’altro.”
Come è possibile, oggi, dopo un secolo di psicologia del profondo, che i genitori siano ancora così ignoranti - circa elementi così fondamentali per l’armonico sviluppo del bambino – da incorrere continuamente in questi errori? Com’è possibile che questi princìpi così basilari di psicosintesi quotidiana siano ancora così lontani dalla nostra cultura scolastica e dalla nostra vita? A che servono le scoperte culturali, in tutti i campi, se non diventano patrimonio comune di un’intera società, se non si trasformano in prassi collettiva?
Ho un sogno: nella società del futuro l’educazione, la didattica, la terapia, la religione, la politica, la comunicazione, il diritto, l’economia, l’ecologia, insomma, tutte le discipline che concorrono alla qualità della vita dell’uomo sulla Terra, saranno integrate profondamente fino a costituire un’unica conoscenza orientata in un’unica direzione. In pieno spirito psicosintetico.
(continua)

giovedì 20 marzo 2008

Sull’educazione, 4

L’educazione consiste nell’arte della «maieutica», il compito del quale il grande filosofo ateniese Socrate si riteneva investito. Era la missione affidatagli dal dio Apollo, diceva, che consisteva non nel generare - perché si riteneva incapace di generare qualcosa - ma nell’aiutare gli altri a partorire se stessi. Così come sua madre, una levatrice, aiutava a partorire i corpi, Socrate aiutava a partorire le ‘anime’. Così Socrate, in un dialogo platonico, si rivolge a Teeteto:
“Non hai sentito dire che che io son figlio di una levatrice molto brava e vigorosa, di Fenarete? [...] E che io esercito la stessa arte l’hai sentito dire? [...] Sappi dunque che è così. Tu però non andare a dirlo agli altri. Non lo sanno, caro amico, che io possiedo quest’arte, e, non sapendolo, non dicono di me questo, bensì che io sono il più stavagante degli uomini e che non faccio che seminare dubbi. [...] Vedi di intendere bene che cos’è questo mestiere della levatrice, e capirai più facilmente che cosa voglio dire.”
Dai dialoghi platonici emergono molti elementi, che qualificano la «maieutica» di Socrate. Innanzitutto, Socrate ammette di essere “sterile di sapienza”: Socrate non ha nessun contenuto positivo da trasmettere e, pertanto, gli altri hanno ragione a dire che è ignorante. Tuttavia, possiede la capacità di discernere verità e menzogna, realtà e illusione, nell’animo dell’interlocutore. Ciò che è menzognero e illusorio, Socrate lo strappa di dosso e lo getta via; è doloroso, ma salutare, e serve ad un’adeguato lavoro interiore di gestazione. Socrate svolge l’opera sapiente di suscitare e, insieme, placare i dolori di questa gestazione: stimola alla ricerca, suscitando dubbi e interrogativi, e, nello stesso tempo, apporta purificazione, entusiasmo. In questo modo, coloro che si sottopongono a questa dolorosa, ma liberante esperienza giungono a partorire ciò che più conta: se stessi.
Come ci ricorda anche Assagioli, la ricchezza, la verità dell’individuo è già al suo interno: si tratta solo di evocarla e metterla nelle condizioni di esprimersi. Tuttavia, la verità non è un’idea, ma un atteggiamento interiore. La ricerca educativa trova il suo compimento nell’etica, che è filosofia vissuta. Ecco perché, per Socrate, ciò che conta, più che le parole, è l’esempio personale.
«In mancanza delle parole, faccio vedere che cosa sia la giustizia con le mie azioni», dice il filosofo nei Memorabili di Senofonte.
Assagioli si muove sulla stessa linea. Tra i suoi appunti troviamo affermazioni come queste:
“Questo è il punto essenziale. E’ impossibile (e assurdo) chiedere all’educando che abbia le qualità, le virtù che non abbiamo (e non dimostriamo davanti a lui) noi stessi!”
“Possiamo educare gli altri solo nella misura in cui abbiamo raggiunto la nostra educazione. Possiamo dare solo quello che siamo.”

E allora, capiamo perché il settore più importante della Psicosintesi è, per Assagioli, la formazione di sé, o «autoformazione». Per Assagioli la Psicosintesi è anzitutto un metodo di lavoro su di sé, così come in Socrate la filosofia appare un esercizio spirituale (askesis), un’arte di vivere, un atteggiamento che impegna tutta l’esistenza. La filosofia è una conversione che sconvolge la vita intera, una battaglia contro la principale causa di sofferenza, costituita dalle passioni (l’affannarsi per le cose mondane, le proccupazioni, i desideri disordinati).
(continua)

Per approfondire l'argomento Socrate e la maieutica

lunedì 17 marzo 2008

Sull’educazione, 3

Nei due precedenti post, sostenuto dal pensiero di Assagioli e da un antico testo spirituale, ho voluto mostrare come vi sia una differenza di fondo tra l’influsso materno e quello paterno riguardo alla cura dei figli.
Ora, è bene far presente che quando si parla di «educazione», in senso stretto, dobbiamo far riferimento alla guida paterna.
Durante i primi anni di vita il bambino non è ancora sufficientemente pronto agli stimoli educativi e, giustamente, non gli è richiesto un impegno in questo senso. Solo crescendo, questa ‘libertà’ dall’educazione lascia il posto alle prime interiorizzazioni superegoiche e… il gioco è fatto: per tutta la vita siamo entrati nel dominio della «legge», sia essa civile o morale, si riferisca alle buone maniere o al codice della strada. La nostra tradizione ebraico-cristiana narra di questo ingresso nella Legge come «caduta originaria», quando i mitici Adamo ed Eva si trovarono di fronte l’albero della conoscenza del bene e del male e lì si persero, poveretti. (Mi aspetto che nessuno tra i lettori di questo post pensi che i racconti mitologici siano delle ingenuità prescientifiche, perché, in realtà, si prestano a delle interpretazioni simboliche piuttosto profonde.)
Il regno della legge è il regno del padre. Ed è suo pertanto, il ruolo di guida, mentre la madre mantiene l’altra importantissima funzione del «nutrimento». Ciò è evidente anche nel cosiddetto «rapporto terapeutico», eppure c’è molta confusione al riguardo.
La psicoterapia, di per sé, ha una funzione prevalentemente materna, di sostegno, sia esso farmacologico o relazionale. Al ‘paziente’ non è richiesto alcun impegno, è accudito, nutrito con l’ascolto e l’incoraggiamento, a volte con il contatto… insomma, il paziente è in uno stato di passività, come un bambino piccolo, perché la solidità del suo Io è insufficiente.
Di contro, la psicoanalisi - intendendo con questa espressione qualsiasi tipo di analisi e di lavoro volti alla conoscenza profonda di sé – si muove su un piano paterno: non terapeutico, ma educativo. E ci vuole coraggio per affrontare i dèmoni che albergano nel nostro inconscio e, soprattutto, ci vuole un Io sufficientemente stabile e maturo.
Sfogliamo ancora tra gli appunti del padre della Psicosintesi:
“Educazione: etimologicamente ‘condurre fuori, tirar fuori’. Sinonimi: attrazione, evocazione. Dal dentro al fuori, è proprio il contrario della concezione e soprattutto della pratica corrente! Dal fuori al dentro. Inculcare.”
Purtroppo, inculcare è ancora la pratica educativa più diffusa, perché sono ancora pochi gli educatori – bhé, o almeno coloro che hanno questo ruolo, siano essi genitori o insegnanti o istruttori di ogni tipo – che siano capaci di «estrarre, trarre fuori» dall’essere umano, le verità celate nella sua profondità.
Eppure, è questo il processo autenticamente educativo.
(continua)

venerdì 14 marzo 2008

Sull’educazione, 2

C’è un antico vangelo apocrifo, il cosiddetto Vangelo esseno della pace, che affronta - su un piano spirituale, s’intende – il tema dell’educazione materna e paterna:
“In verità, nessuno può arrivare al Padre Celeste se non attraverso la Madre Terra; così come nessun neonato può comprendere l'insegnamento del padre prima che sua madre l'abbia allattato, curato, lavato, cullato e allevato. Finché il bimbo è piccolo il suo posto è con sua madre e dovrà ubbidire a lei. Ma quando sarà cresciuto il padre lo porterà con sé a lavorare nei campi e il bambino tornerà da sua madre solo all'ora di pranzo e di cena. E suo padre lo istruirà al fine di renderlo esperto nel suo lavoro. E quando il padre vedrà che il figlio comprende le sue istruzioni e fa bene il suo lavoro gli affiderà tutte le sue proprietà, in modo che esse appartengano al suo figlio diletto e affinché il figlio possa continuare il lavoro di suo padre.”
In questa metafora, la madre allatta, culla, protegge il bambino, cioè gli offre quel nutrimento necessario ad acquisire fiducia nella vita. I primi anni si svolgono sotto la tenera cura della madre e anche in futuro l’adulto – maschio o femmina che sia – vivrà archetipicamente l’esperienza materna come quell’Eden naturale originario, dove tutto è armonia e spensieratezza. Ciò avviene, ovviamente, quando la madre è una madre; altrimenti, l’archetipo materno prende le sembianze della «vecchia strega», divorante e castrante…
Quando il bambino è cresciuto, suggerisce il vangelo, l’influsso paterno si fa progressivamente più importante. Il fanciullo è «istruito» dal padre riguardo al lavoro, attraverso il quale si renderà utile nella vita. La vigile cura paterna costituisce il tramite con la società e rappresenta l’esperienza archetipica della Legge, attraverso l’impronta educativa ed etica che trasmette al figlio. Anche in questo caso – è ovvio - c’è il rischio di cadere nel «tiranno prepotente», che opprime e impedisce ogni libera espressione di sé.
Già questo è sufficiente a delineare i due tipi d’influsso nella cura verso i giovani: quello materno come «nutrimento» e quello paterno come «guida». Riportiamo ancora le parole di Assagioli:
“E’ richiesta l’armonica cooperazione della influenza materna e paterna. […] Equilibrio fra l’una e l’altra influenza: dapprima è maggiore la materna, ma poi, gradualmente, la paterna.”
Ciò è in perfetta sintonia con il brano del Vangelo Esseno, un vangelo che, con ogni probabilità, il padre della Psicosintesi non conosceva neppure. Assagioli parla di “armonica collaborazione” fra i due influssi, senza sbilanciamenti, in difetto o in eccesso. E dove si riscontra la carenza di uno dei due princìpi, bisognerà intervenire con lucidità, rafforzando ora la cura materna, ora quella paterna.
Questo tipo di collaborazione, oggi, è assente e i figli sono abbandonati a se stessi.
(continua)

giovedì 13 marzo 2008

Sull’educazione, 1

Il fondatore della Psicosintesi, tra i molteplici e diversi suoi contributi, ci ha lasciato una serie di appunti sui criteri educativi all’interno di una prospettiva psicosintetica. Questi appunti sono stati raccolti in un volumetto, non reperibile in libreria, dal titolo Educare l’uomo domani. Tra questi appunti leggiamo:
“E’ richiesta l’armonica cooperazione della influenza materna e paterna. […] Equilibrio fra l’una e l’altra influenza: dapprima è maggiore la materna, ma poi, gradualmente, la paterna.”
Sono schizzi gettati sul foglio, com’era solito fare Assagioli… ma che dicono assai di più di molti prolissi articoli della cosiddetta «psicologia scientifica».
Dicono in primo luogo che esiste un’influenza materna e paterna all’interno della «cura» del bambino. Queste influenze sono diverse, perché la maschilità e la femminilità sono diverse. Non c’è una maggiore o una minore importanza, ma una diversa qualità dei due influssi.
Capisco che oggi non è così popolare sostenere certe tesi. Tuttavia, la popolarità di una tesi non è certo l’indice della sua verità. La teoria eliocentrica non era particolarmente popolare alcuni secoli fa. Galileo invitava a condurre gli esperimenti scientifici necessari a verificare la validità della tesi, ma si continuava comunque a sostenere il contrario. “Ipse dixit”, gli veniva risposto. Vale a dire: il magistero della Chiesa, che si basa sull’autorità aristotelica aveva stabilito la centralità della Terra, e questo era sufficiente. Dopo secoli di sviluppo scientifico, ci comportiamo ancora così: riguardo alla nostra esistenza quotidiana, anche in mezzo ai prodigi della tecnologia, continuiamo, nelle profondità della nostra psiche, ad essere pre-scientifici, pre-illuministici, pre-moderni.
Così, oggi si afferma l’uguaglianza di uomo e donna, non solo in termini di parità di diritti, il che è pacifico, ma anche di identità di caratteristiche, a prescindere dalle ovvie differenze sessuali.
Così, oggi si sostiene l’interscambiabilità delle figure materna e paterna nell’educazione del figlio e, a dire il vero, vediamo già molti uomini che si dilettano a fare da mamma ai loro piccoli e donne che agiscono in modo contrario. Un padre che spinge una carrozzina, sostenendo teneramente il bambino su un braccio; accanto cammina la mamma che, distratta, fuma nervosamente. Sono scene sempre più diffuse.
Così, oggi, dopo le battaglie femministe, la donna pare non abbia elaborato sufficientemente il «pensiero della differenza», tipico del femminismo più evoluto, ma si sia appiattita sulla rivendicazione delle «pari opportunità». Le cosiddette ‘quote rosa’ o il modello della 'velina' sono tra gli esempi più squallidi e mortificatòri della dignità femminile, ma poche donne pare se ne diano pensiero.
Le donne, in altre parole, vogliono realizzarsi secondo lo stesso modello maschile e questa schiavitù psicologica è la più sottile e terribile, perché porta con sé il disprezzo della propria identità di donna. Un po’ come il nero americano che, nelle sue lotte di emancipazione, imita il più possibile il mondo dei bianchi, rinnegando se stesso.
Rischiando, allora, l'impopolarità, torno alla questione iniziale suscitata da quelle poche lapidarie parole di Assagioli: che significa influenza materna? e paterna?
(continua)