giovedì 31 gennaio 2008

Psicologia e giustizia

La giustizia è oggi uno di quei temi caldi della nostra triste Italia. La gente non riesce a farsi una ragione di una serie di «ingiustizie» quotidiane: perché non si riesce a rendere inoffensivi molti delinquenti comuni, messi in carcere e subito dopo rilasciati? Perché i potenti che si macchiano di qualche reato risultano intoccabili, una vera casta d'impuniti? Perché il cittadino comune deve aspettare tempi lunghissimi per ottenere giustizia, se mai l'otterrà? Perché l'indulto, che ha rimesso in libertà così tanti individui pericolosi socialmente? Perché una volta propinata una pena, si assiste così spesso ad una progressiva riduzione della stessa fino a renderla incosistente rispetto al reato commesso? E così via.
Intendiamoci, le risposte in parte le conosciamo... tuttavia, si ha l'impressione che anche i criteri con cui si amministra la giustizia debbano in qualche modo essere rimessi in discussione. E non sto certo riferendomi all'operato dei magistrati, che si trovano anch'essi, poveretti, nella necessità di applicare in maniera ragionevole una ridda di leggi e leggine cavillose, contraddittorie e, talora, proprio stupide.
Domandiamoci: qual è il significato della pena? Avete presente la scala di Maslow? Ai primi livelli c'è la sicurezza. Ebbene, la giustizia dovrebbe in primo luogo tutelare la sicurezza dei cittadini, mettendo agli arresti le persone socialmente pericolose. E quando parlo di individui pericolosi socialmente mi riferisco tanto a certi poveri emarginati sociali quanto a certi ricchi "furbetti del quartierino", per fare un esempio.
É di oggi la notizia che a Daniela Cecchin, condannata per aver sgozzato, nel 2003, una donna nel suo appartamento di Firenze, è stata ridotta la pena di un terzo: da trenta a vent'anni di carcere. Motivazione: le è stata riconosciuta la semi-infermità mentale.
Il riconoscimento dell'infermità mentale nei processi è uno degli aspetti più assurdi e meno compresi dalla gente, ma pare sia considerato qualcosa di ovvio dall'intellighentzia forense. Innanzitutto, non è facile, neppure per gli «esperti» che sono chiamati a fare una perizia psicologica, riconoscere quando un delinquente sia sano o meno mentalmente. Certe personalità psicopatiche non hanno alcuna difficoltà ad ingannare i cosiddetti esperti; anzi, ne ricavano un vero e proprio piacere. In secondo luogo, una donna che, come la Cecchin, sgozza un'altra donna per invidia - perché la vittima aveva sposato un ex compagno di università - è senza dubbio malata di mente. Una persona sana di mente non ucciderebbe mai nessuno per un motivo del genere. Sempre di stamani è la notizia di un uomo che, in provincia di Foggia, ha ucciso a coltellate una donna in mezzo alla piazza. Motivo: per continui contrasti condominiali. Ebbene, quest'uomo è forse sano di mente? "Ha agito in preda ad un raptus", direbbe monsieur Lapalisse. É ovvio. Resta il fatto che una persona equilibrata mentalmente non avrebbe mai simili raptus. Eppure, i media, accogliendo le opinioni di certi «esperti», ci mettono in guardia: chiunque, in un momento particolare, potrebbe dar vita a gesti insani. Questo-non-è-vero, anche se molti individui, ritenuti dai conoscenti persone 'normali', potrebbero in effetti farlo. Ciò indica solo che la distanza tra «normalità» (non «salute») e «follia» ha dei margini esigui, incerti. Motivo in più per destituire ogni fondamento alla rilevanza penale dell'«infermità mentale». Mi domando perché gli studiosi in psicologia del profondo non sollevino una discussione seria su questo tema.
In definitiva, al cittadino comune non interessa minimamente se la persona che ha commesso un delitto sia sana di mente o sia folle. Al cittadino comune interessa che una persona pericolosa socialmente sia messa in condizione di non nuocere. É così difficile capirlo?
Pertanto, una giustizia che funzioni dovrebbe trovare gli strumenti necessari per valutare se un detenuto è ancora pericoloso socialmente oppure no: se è stato «riabilitato», come si dice. Dopo un adeguato sconto della pena, ovviamente.
A questo punto, si aprirebbe un lungo discorso su una giustizia basata sul «risarcimento» e sulla «riabilitazione», ma qui mi fermo.
Certamente, quello che non è più accettabile, è continuare a vedere la giustizia e la pena nell'ottica della «vendetta». "Hai fatto questo e pertanto devi essere punito ed espiare". Questo è un atteggiamento emotivo comprensibile nei parenti delle vittime, ma non certo da avallare in campo giuridico.

giovedì 24 gennaio 2008

Maslow e la politica

Abraham Maslow è uno degli autori più citati da Assagioli. La sua famosa «piramide» propone una gerarchia, una scala dei bisogni umani che, mutatis mutandis, possiamo applicare a qualsiasi situazione della vita. Anche alla politica.
Seguendo questa scala, ad esempio, potremmo dire che, per prima cosa, lo stato deve occuparsi di garantire l’integrità e la sicurezza dei suoi membri. Poi di rafforzare i vincoli sociali e il senso di appartenenza. In seguito, di permettere ad ognuno di sentirsi utile socialmente. Infine, lo stato deve fare in modo di favorire la libera espressione di ognuno, in modo che tutti abbiano la possibilità di sviluppare appieno le proprie potenzialità.
L’ultimo obiettivo è il più alto e comprende tutti gli altri. Infatti, non è possibile creare le condizioni che permettano ad ognuno la libera espressione di sé senza un buon sistema formativo e un’abile e giusta politica dell’occupazione; senza una cultura del dialogo e del rispetto per le diversità e della solidarietà tra i vari ceti sociali; e, infine, senza uno sforzo sistematico per assicurare al cittadino la pace sociale e un ambiente sano.
La «libera espressione di ognuno» è, in fondo, il principio guida di un autentico liberalismo, che ha a cuore la difesa dei diritti dell’individuo e la conseguente limitazione del potere dello stato.
È ovvio che il sistema politico liberale non ha niente a che vedere con il sistema economico «liberista», dove la libertà di azione di pochi – i più ricchi e i più potenti – compromette pesantemente i diritti fondamentali dei molti. “Libera volpe in libero pollaio”, qualcuno ha detto con ironia. È una constatazione assai semplice, ma molti – soprattutto da destra - non riescono a fare questa semplice distinzione. In altre parole, fare il gioco delle multinazionali e delle lobbies economico-finanziarie non è per niente liberale.
È altrettanto ovvio che una politica liberale non ha niente a che vedere con la difesa dei privilegi delle cricche di potere, come i partiti, i sindacati, le chiese, le associazioni professionali, e così via. La libera espressione del singolo è gravemente compromessa dalle innumerevoli sovvenzioni, concessioni, facilitazioni elargite a gruppi privati. Un esempio per tutti: il finanziamento pubblico ai partiti, abrogato grazie ad un referendum popolare e reintrodotto subdolamente sotto altra forma.
Spesso si reclama più stato – soprattutto a sinistra – ma un sistema che tutela maggiormente gli interessi e i diritti del cittadino comune avrebbe bisogno di minore ingerenza dello stato e maggiori privatizzazioni, per abbattere i monopoli di fatto - nel campo dell’informazione, delle comunicazioni, dell’energia… - e i privilegi corporativi nell’ambito dei servizi e delle professioni.
Già potrebbe venire il dubbio che, nonostante quanto si affermi candidamente, il nostro sistema abbia ben poco di liberale. Se un sistema liberale si riconosce dal fatto che limita al minimo possibile il potere politico, possiamo dire senza ombra di dubbio che l’attuale situazione italiana è del tutto illiberale o, detto in altri termini, è un «regime».
La casta politica, oltre a detenere privilegi insopportabili, ha potere su tutto.
La pratica così diffusa dello «spoils system», attraverso cui le forze politiche distribuiscono agli ‘amici’ cariche istituzionali, posti di dirigenza di uffici pubblici e posizioni influenti, è forse uno degli aspetti più odiosi e odiati dell’intera questione. Eppure è prassi comune e accettata come ‘normale’ nella nostra società così poco liberale. Come può l'individuo isolato, il cosiddetto 'cane sciolto', concorrere ad armi pari con questo sistema che, in fin dei conti, non possiamo chiamare altrimenti che “clientelare”?
E poi, come può il singolo individuo accedere ad un’informazione seria e corretta quando i maggiori organi di stampa e la RAI – entrambi finanziati con il denaro dei contribuenti – sono in mano alle lobbies politiche ed economiche?
Domandiamoci adesso se, in una situazione come questa, si possa permettere alla magistratura di essere indipendente e libera. E in effetti lo stato – cioè i partiti – invadono pesantemente anche quel campo, dando vita ad un sistema della giustizia che crea incertezza della pena, superficialità nell’applicazione delle leggi, impunibilità per i potenti… Pressioni e provvedimenti disciplinari degli intoccabili e dei loro ‘amici’ sui magistrati realmente indipendenti, prescrizioni, indulti ed inefficienza generale del sistema decretano l’eclissi della giustizia e una sempre più marcata sfiducia nel sistema. E l’individuo comune osserva, sbigottito e impotente, quale difficoltà abbia a veder riparato un torto subito o riconosciuto un suo diritto. Tutto ciò non è profondamente illiberale?
A livello elettorale, le cosche politiche si appropriano anche del potere che ogni sana democrazia offre al cittadino per farsi rappresentare in parlamento o in una amministrazione locale. I partiti scelgono i candidati e li fanno poi eleggere, nella maniera meno trasparente. La cosa pubblica è cosa loro, e la libertà dell’individuo è del tutto avvilita. Una politica liberale, al contrario, dovrebbe permettere un minore accentramento delle decisioni, secondo il cosiddetto «principio di sussidiarietà» o, in altri termini, un’organizzazione federalista. Ciò ridurrebbe gli enormi sprechi della politica, consentirebbe maggiore trasparenza e controllo pubblico, una maggiore partecipazione del singolo cittadino su decisioni che riguardano da vicino la sua esistenza… insomma, una maggiore espressione della libertà individuale.
A partire da considerazioni di questo tipo, per uno psicosintetista non dovrebbe essere difficile orientarsi sul piano politico. La crescita personale richiede anche un sistema sociale in grado di promuovere le effettive libertà individuali: per essere chiari, non solo la libertà da, ma anche la libertà di. All’interno di uno «spirito psicosintetico», la linea di un governo o di un esponente politico è misurata dalla concreta volontà di realizzare questa libertà sostanziale, e non solo formale.
Coloro che sono animati da un reale spirito psicosintetico, pertanto, sapranno bene come comportarsi alle prossime elezioni.

Leggi la lettera di dimissioni di De Magistris dall'ANM

Una lezione di politica

venerdì 18 gennaio 2008

«Essere-nel-mondo»

Pare strano, ma molti estimatori della Psicosintesi non hanno ben presente che il movimento di Assagioli è inserito nella grande corrente dell'«esistenzialismo». Eppure, ciò è la prima cosa che Assagioli intende mettere in evidenza nelle prime righe del primo capitolo introduttivo del suo primo libro, che lo ha reso noto in tutto il mondo. Parlo di Psychosyntesis, del 1965, tradotto poi in italiano con il titolo Princìpi e metodi della psicosintesi terapeutica. Tutti conoscono la Psicosintesi per la sua collocazione all'interno della psicologia transpersonale, ma spesso si dimentica che la dimensione 'transpersonale', o spirituale, se non tiene conto di un precedente livello 'esistenziale', è solo un'ingenuità new age.
L'esistenzialismo, come ricordato dallo stesso Assagioli nel capitolo succitato, pone l'accento su fattori come:
la presenza unica dell'individuo all'interno del suo mondo, fatto di motivazioni e di valori,
l' autenticità, sviluppando le proprie potenzialità, come obiettivo verso cui indirizzare la vita, l'inevitabilità della scelta, con le responsabilità che ne derivano di fronte agli altri,
il progetto di vita intorno ad un significato esistenziale, da scoprire dentro di sé,
la serietà di fronte ai limiti dell'esistenza e alla sofferenza che ciò comporta.
Insomma, rispettare un approccio esistenziale significa compiere un'accurata analisi dell'intero «essere-nel-mondo» e ciò significa uscire da una piccola, miope prospettiva psicologistica. In che modo stiamo realizzando le nostre potenzialità e la nostra unicità? In che modo le nostre scelte e il nostro progetto esistenziale esprimono la nostra responsabilità di fronte al mondo? In che modo siamo in grado di affrontare le «fondamentali» esperienze umane della solitudine, del fallimento e dell'impermanenza?

sabato 12 gennaio 2008

Fare psicosintesi oggi

Mai come oggi appare necessaria un'opera di sintesi tra i diversi saperi e le molteplici dimensioni del nostro vivere. Ciò è richiesto dalla profonda crisi in cui versa la nostra civiltà occidentale, una crisi che appare interessare qualsiasi aspetto della nostra esistenza e che esige l’elaborazione di nuovi approcci: alla politica e all'economia, alla salute e all'educazione, all'arte e alla cultura in genere...
La psicosintesi, proprio per la sua visione integrale dell'uomo e dell'esistenza, può offrire molto di fronte ad una situazione così pressante. Certo, però, molti psicosintetisti hanno bisogno di collocare la loro teoria e la loro prassi entro orizzonti più ampi.
Voglio dire che, ad esempio, nel bel mezzo di un intervento psicoterapico, uno psicosintetista deve prendere in considerazione anche il legame che il soggetto ha con la collettività nel suo complesso, se è sufficientemente critico, o se il suo disagio trova le sue radici in certe disfunzioni, per così dire, del sistema sociale. Ancora: la psicosintesi non può fare a meno di ignorare, in nome di una male intesa neutralità scientifica, che esistono determinati valori etici costitutivi dell'essere umano, valori che si attestano laddove il soggetto presenta un adeguato grado di sviluppo psichico. In barba a tanto relativismo emancipato dei nostri tempi! Uno psicosintetista non deve certamente meravigliarsi di questo assunto, ormai consolidato dalle ricerche della Psicologia Umanistica.
Uno psicosintetista non si occupa solo di terapia, anzi la terapia è forse l'aspetto meno significativo dell'approccio psicosintetico. Si occupa dell'uomo e dei legami che l'uomo intesse con il mondo. Si occupa di promuovere le condizioni adeguate perché l'uomo possa sviluppare al meglio la propria natura, condizioni non solo interiori, ma anche esterne, sociali. La psicosintesi, pertanto, si occupa anche di politica, anche se difficilmente uno psicosintetista riuscirà a identificarsi con questo o quel «partito» politico.
Sono solo alcuni esempi, per dire che ricerca interiore, responsabilità etica, impegno politico... sono tutte componenti essenziali di uno psicosintetista, molto più della competenza sviluppata nell'intervento terapeutico o nella conduzione di un gruppo. Uno psicosintetista non si riconosce da questo - così come un prete non si riconosce dalla sua abilità nelle omelìe - ma dalla capacità d'infondere lo spirito psicosintetico in ogni ruolo che è chiamato a svolgere nel teatro della vita: di impiegato, di genitore, di artigiano, di economista...
E fare psicosintesi oggi significa possedere uno sguardo capace di integrare insieme, a prescindere dal nostro specifico compito nella vita, tutte le dimensioni umane: quella legata all'autosviluppo, ma anche quella relativa alla responsabilità sociale, la dimensione terapeutica, ma anche la sensibilità per l'impegno educativo...