La giustizia è oggi uno di quei temi caldi della nostra triste Italia. La gente non riesce a farsi una ragione di una serie di «ingiustizie» quotidiane: perché non si riesce a rendere inoffensivi molti delinquenti comuni, messi in carcere e subito dopo rilasciati? Perché i potenti che si macchiano di qualche reato risultano intoccabili, una vera casta d'impuniti? Perché il cittadino comune deve aspettare tempi lunghissimi per ottenere giustizia, se mai l'otterrà? Perché l'indulto, che ha rimesso in libertà così tanti individui pericolosi socialmente? Perché una volta propinata una pena, si assiste così spesso ad una progressiva riduzione della stessa fino a renderla incosistente rispetto al reato commesso? E così via.Intendiamoci, le risposte in parte le conosciamo... tuttavia, si ha l'impressione che anche i criteri con cui si amministra la giustizia debbano in qualche modo essere rimessi in discussione. E non sto certo riferendomi all'operato dei magistrati, che si trovano anch'essi, poveretti, nella necessità di applicare in maniera ragionevole una ridda di leggi e leggine cavillose, contraddittorie e, talora, proprio stupide.
Domandiamoci: qual è il significato della pena? Avete presente la scala di Maslow? Ai primi livelli c'è la sicurezza. Ebbene, la giustizia dovrebbe in primo luogo tutelare la sicurezza dei cittadini, mettendo agli arresti le persone socialmente pericolose. E quando parlo di individui pericolosi socialmente mi riferisco tanto a certi poveri emarginati sociali quanto a certi ricchi "furbetti del quartierino", per fare un esempio.
É di oggi la notizia che a Daniela Cecchin, condannata per aver sgozzato, nel 2003, una donna nel suo appartamento di Firenze, è stata ridotta la pena di un terzo: da trenta a vent'anni di carcere. Motivazione: le è stata riconosciuta la semi-infermità mentale.
Il riconoscimento dell'infermità mentale nei processi è uno degli aspetti più assurdi e meno compresi dalla gente, ma pare sia considerato qualcosa di ovvio dall'intellighentzia forense. Innanzitutto, non è facile, neppure per gli «esperti» che sono chiamati a fare una perizia psicologica, riconoscere quando un delinquente sia sano o meno mentalmente. Certe personalità psicopatiche non hanno alcuna difficoltà ad ingannare i cosiddetti esperti; anzi, ne ricavano un vero e proprio piacere. In secondo luogo, una donna che, come la Cecchin, sgozza un'altra donna per invidia - perché la vittima aveva sposato un ex compagno di università - è senza dubbio malata di mente. Una persona sana di mente non ucciderebbe mai nessuno per un motivo del genere. Sempre di stamani è la notizia di un uomo che, in provincia di Foggia, ha ucciso a coltellate una donna in mezzo alla piazza. Motivo: per continui contrasti condominiali. Ebbene, quest'uomo è forse sano di mente? "Ha agito in preda ad un raptus", direbbe monsieur Lapalisse. É ovvio. Resta il fatto che una persona equilibrata mentalmente non avrebbe mai simili raptus. Eppure, i media, accogliendo le opinioni di certi «esperti», ci mettono in guardia: chiunque, in un momento particolare, potrebbe dar vita a gesti insani. Questo-non-è-vero, anche se molti individui, ritenuti dai conoscenti persone 'normali', potrebbero in effetti farlo. Ciò indica solo che la distanza tra «normalità» (non «salute») e «follia» ha dei margini esigui, incerti. Motivo in più per destituire ogni fondamento alla rilevanza penale dell'«infermità mentale». Mi domando perché gli studiosi in psicologia del profondo non sollevino una discussione seria su questo tema.
In definitiva, al cittadino comune non interessa minimamente se la persona che ha commesso un delitto sia sana di mente o sia folle. Al cittadino comune interessa che una persona pericolosa socialmente sia messa in condizione di non nuocere. É così difficile capirlo?
Pertanto, una giustizia che funzioni dovrebbe trovare gli strumenti necessari per valutare se un detenuto è ancora pericoloso socialmente oppure no: se è stato «riabilitato», come si dice. Dopo un adeguato sconto della pena, ovviamente.
A questo punto, si aprirebbe un lungo discorso su una giustizia basata sul «risarcimento» e sulla «riabilitazione», ma qui mi fermo.
Certamente, quello che non è più accettabile, è continuare a vedere la giustizia e la pena nell'ottica della «vendetta». "Hai fatto questo e pertanto devi essere punito ed espiare". Questo è un atteggiamento emotivo comprensibile nei parenti delle vittime, ma non certo da avallare in campo giuridico.



