È risaputo – forse - che la psicosintesi costituisce un intervento successivo alla psicoanalisi. Assagioli dice che condizione preliminare della psicosintesi è “di acquistare una conoscenza quanto più possibile completa degli aspetti consci e inconsci della personalità” (Princìpi e metodi della psicosintesi terapeutica, p.70). Quando parliamo di psicoanalisi, però, non bisogna essere troppo frettolosi nell’identificare questo termine con il procedimento classico messo a punto da Freud.Vi sono tanti metodi di «analisi della psiche» - e quindi ‘psicoanalitici’, in senso ampio - e non tutti sono accettabili in un’ottica psicosintetica: freudiani classici, junghiani, adleriani, kleiniani, lacaniani, reichiani e bioenergeti, psicodrammatisti, gestaltici, neofreudiani, esistenzialisti, umanisti, eriksoniani…
Innanzitutto, che cos’è una «psico-analisi»? Possiamo cominciare col dire che non è una psicoterapia, così come viene oggi comunemente intesa. Anche in ambito psichiatrico, si sostiene generalmente che “il trattamento psicoanalitico si propone la modificazione stabile della personalità dell’individuo e non già la risoluzione dei sintomi. La psicoanalisi, infatti, è stata sempre meno considerata un metodo «terapeutico» quanto piuttosto una sorta di ermeneutica" (SARTESCHI-MAGGINI, Psichiatria, La Goliardica Editrice, Parma 1982, p.1049). La precedente citazione esprime in modo chiaro gli aspetti costitutivi della pratica della psicoanalisi:
1. La psicoanalisi non è una psicoterapia (la quale mira alla risoluzione dei sintomi), ma opera sempre in assenza di scopi terapeutici immediati.
2. La psicoanalisi si pone come obiettivo la modificazione stabile della personalità, cioè incide sulla trasformazione del carattere dell’individuo.
3. La psicoanalisi è una sorta di ermeneutica, vale a dire un metodo interpretativo, attraverso il quale viene chiarito il significato profondo, nascosto dei pensieri e degli atti del soggetto.
In definitiva, “la psicoanalisi non è certo il trattamento d’elezione per le situazioni d’emergenza, né può servire in casi di pronto intervento psichiatrico. Quando si dovessero verificare, nel corso dell’analisi, situazioni di questo tipo, bisogna in genere ricorrere a qualche psicoterapia non analitica" (GREENSON, Tecnica e pratica della psicoanalisi). Lo stesso Freud è senza esitazioni su questo punto:
"Il lavoro analitico procede nel modo migliore quando le esperienze patogene appartengono al passato, così che l’Io sia riuscito a prendere da esse le distanze. Negli stati di crisi acuta l’analisi è praticamente inutilizzabile" (FREUD, Analisi terminabile e interminabile, cap. 4).
Il trattamento psicoanalitico si presenta, in primo luogo, come un metodo euristico e, più precisamente, si configura come il procedimento finalizzato alla ricerca della verità psichica, cioè alla conoscenza interiore, secondo il motto delfico «uomo, conosci te stesso». In questa prospettiva, la psicoanalisi, anziché essere «terapia», in senso stretto, rientra più nel campo della «formazione», e costituisce una sorta di maieutica socratica.
Gli obiettivi di una relazione analitica sono, pertanto, assai evidenti. Al contrario della psicoterapia, la psicoanalisi non è identificabile con alcuna forma di sostegno o di alleviamento della sofferenza. “Il primo e più importante compito dell’analisi non è dunque quello d’infondere coraggio al paziente, quanto quello di aiutarlo a percepire la sua infelicità” (FROMM, L'arte di ascoltare). Ha una funzione stimolante, sbloccante, sovversiva.
L’analisi promuove una trasformazione interiore: questa deve costituire la motivazione profonda che spinge all’esperienza psicoanalitica. La sofferenza stessa, seppure costituisca un elemento importante, “non è un motivo sufficiente per dedicare a una persona anni di lavoro sfibrante, faticoso e difficile” (FROMM, L'arte di ascoltare) . La conoscenza di sé è orientata alla propria crescita personale.
(continua)

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