“Quando come un coperchio, il cielo basso e greve schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio
e stringendo in un unico cerchio l'orizzonte
fa del giorno una tristezza più nera della notte.
Quando la terra si muta in umida cella segreta
dove sbatte la Speranza, timido pipistrello,
con le ali contro i muri e la testa nel soffitto marcio.
Quando le immense linee della pioggia
sembrano inferriate di una immensa prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni dentro i nostri cervelli
dispone le sue reti,
Furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo
che fa pensare al gemere ostinato d'anime senza pace né dimora.
Senza tamburi, senza musica,
sfilano funerali a lungo, lentamente, nel mio cuore.
Speranza piange disfatta e Angoscia,
dispotica e sinistra, infilza nel mio cranio il suo vessillo nero.”
Non so quale tipo di esperienze abbia portato Baudelaire a sviluppare una simile sensibilità. La percezione del «nonsenso» della propria vita può nascere dalle situazioni più diverse.
Un bambino che non è stato amato può ritenere impossibile raggiungere l’intimità indispensabile a rompere l’isolamento esistenziale.
Un anziano che lascia il suo ruolo di adulto produttivo, sul quale aveva investito tutto se stesso, può perdere l’identità personale, non riconoscersi, e accettarsi, più.
Così come molti possono ritenere inutile un’esistenza dove la naturale sana asserzione di sé è gravemente compromessa.
E possono ritenere ostile, minacciosa e da disprezzare profondamente una società che impedisce ad un giovane di trovare la propria collocazione in mezzo agli altri, in base al proprio talento…
Che impedisce ad una giovane coppia di trovare un alloggio per dar vita ad un nuovo nucleo familiare…
Che obbliga i bambini a crescere e formarsi nel brutto, nel volgare, nel banale, nell’irresponsabilità e nell’egoismo sfrenati…
Che sforna i provvedimenti più irrazionali, i quali rendono la nostra vita sempre più visibilmente irrazionale, al punto che molti di noi osservano, con sguardo allucinato, quanto avviene sotto i propri occhi…
Che sempre più scava un abisso tra le caste di privilegiati – spesso gli individui più ignobili – e il popolo dei sudditi, tenuti nell’ignoranza, nell’illusione, nell’impotenza…
Una società può sancire la fine della Speranza e nessun trastullo, nessun diversivo - ai nostri occhi di sensibili disadattati – può suscitare un surrogato di Senso.
“Furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo…”

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"...non servono stimolanti o ideologie: ci vuole un'altra vita..."
F. Battiato
Un cruccio che ti inquieta, sembra non si possa ridurre, azzittire, demolire neanche al cospetto di simili malesseri altrui, di persone che ti sono vicine. Forse neanche davanti a malanni più grandi davanti ai quali potresti essere giustificato a non disperare più dei tuoi o alleviarne altri per dimenticare il tuo. Eppure è difficile lasciare andare nell'oblio un malessere, dimenticarlo nel niente per liberarsene. Perchè ti sconfigge il capitolare sotto le tue stesse dinamiche anche al di là della speranza che avevi messo per uscirci. Ed è vero che vorresti una mente nuova, una nuova vita, fino quasi a desiderare di morire... perchè "angoscia dispotica e sinistra, infilza nel mio cranio il suo vessillo nero". Eppure angoscia e speranza si spogliano e si vestono dello stesso abito: la malinconia per un valore. Come un uomo che va nudo nel freddo e uno che si scalda nel tepore dei suoi abiti.
Gigi dal Tamigi
"...Quando come un coperchio, il cielo basso e greve
schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio
e stringendo in un unico cerchio l'orizzonte
fa del giorno una tristezza più nera della notte. "
...E la notte,a volte, è un urlo senza acuti e senza fine,
altre un sussurro che segue ogni tuo sentiero,
aspetti con ansia,
Speranza,
ormai assente,
le pause del ritmo incessante del tempo,
del sentire
per ritrovare il tuo respiro
..riascoltare il tuo respiro
ritrovare te
e aspetti..
aspetti
L'oblio una dolce amante che attendi..
e che invochi incessante
per un respiro in più..
è allora,
in quell'attimo
che il tuo io si confonde
e si perde in quel confine infinito che è posseduto dal buio.
Terra di confine,
senza orizzonti e limiti..
li giaci immobile!
Scopri che quell'urlo..
quel sussurro..
sei tu.
Medea
21 Novembre 2008
Quando l'ho letto il primo pensiero che mi e' venuto non e' per la nostra situazione politica, della quale tutto sommato m’interessa poco, io che sono un espatriato.
Invece mi ha colpito come un pugnale la sensibilità di chi ha scritto.
Perché la vera misura dell'anima di una persona, il modo per capire il suo spirito, é accorgersi di ciò che quella persona fa stare male, che quella persona ferisce, veramente.
Piu’ una persona e' meschina, e più le cose che la fanno soffrire sono cose meschine, perché quelle sono i confini del suo mondo.
Piu' sono banali i nostri problemi, e più significa che e' banale la nostra vita, che e' limitata, tanto che quello di cui ci accorgiamo, i nostri confini, ovvero quello che ci manca, che e' di là della nostra capacità di raggiungerlo e ci fa soffrire, e' limitato, stupido, ridicolo.
Se ciò che mi fa soffrire e' la mancanza delle cose (soldi, potere, successo), significa che la mia vita e' tutta li, che e' descritta dal mio desiderio di quelle cose, che non desidero altro perché dentro di me non c'e' altro, non esprimo altro.
Soffrire (ma veramente) per il dolore che provoca la mancanza di senso di una situazione sociale come quella nostra, significa che la vita di quella persona, la sua anima, e' così vasta che soffre per il dolore degli altri, per un'intera società...
E questo mi ha costretto a guardarmi dentro, ed a chiedermi quali sono le mie preoccupazioni, veramente, onestamente; senza fingere, almeno per una volta.
E mi sono ritrovato più piccolo di come pensavo di essere. Ho cercato di esplorare i confini di ciò che mi fa soffrire per circoscrivere quello che sono attraverso quello che non riesco ad essere, ad ottenere, per ciò che mi manca. Ho cercato di capire chi sono, cosa ho realizzato, scoprendo quello che mi fa paura...non sono andato lontanissimo, purtroppo, ma ho visto se non altro qualche mattone del muro che segna i miei confini.
Ho scoperto una persona che e' attaccata alle cose materiali, avida, che ha paura di perdere le proprie sicurezze economiche.
Ho scoperto che una parte della mia sicurezza si fonda non su quello che sono, ma su quello che possiedo. E' così "comune" come esperienza, eppure così triste.
Scoprire che non ci si sente forti per quello che si e', per quello che riusciamo ad esprimere di noi stessi e della vita, per quello che riusciamo a donare agli altri, per quello che gli altri ricevono da noi senza che ce ne accorgiamo, ma per quello che si riesce a quantificare, a contare, a toccare.
Ed ho sentito come questa paura, insieme a molte altre, modelli la mia vita, le mie scelte, come determini ciò che faccio e come, più importante ancora, determini ciò che non riesca ad essere.
Come il "possesso" causi il mio lavorio per mantenerlo, come ciò determini le scelte che faccio e dove vado, scandisca il ritmo delle mie giornate, decida il tempo che spartisco, dentro e fuori di me, tra pensieri, emozioni, sensazioni, energie.
E soprattutto come mi impedisca di diventare la persona che sogno di essere: un uomo libero, sereno, in pace con se stesso e, soprattutto, con la vita.
Termino oggi di leggere un libro di Fabio Volo: una storia ricchissima nella sua semplicità. Una storia che mi fa capire che, per fare grandi scoperte, per vivere grandi avventure, non c'e' alcun bisogno di girare il mondo. Che il territorio più entusiasmante da esplorare sia all'interno di una vita vissuta con consapevolezza, con chiarezza, con il coraggio di guardare in uguale misura dentro e fuori di noi, e delle persone che amiamo.
Leggo, sulla quarta di copertina, l'età' di Fabio Volo: ha due anni meno di me! Ed ha scritto un libro per il quale pendevo da ogni singola pagina, come dalle labbra di un oracolo.
Ecco un altro confine che delimita il mio orizzonte: la domanda "Dove sono arrivato io?"
Quanto ho imparato durante il mio cammino di 38 anni? Non pretendo di saper scrivere un libro, per quello ci vuole un talento e, francamente, non e' il punto della questione. Ma così come quel libro ha parlato a me, così come mi ha insegnato: quanto sono in grado, io, di insegnare, di trasmettere, di testimoniare?
In una parola: quanto ho vissuto? Questa e' una domanda che dovremmo porci ogni sera che ci addormentiamo: quanto ho vissuto?
E qui il mio grido suona parallelo a quello del blog: "SVEGLIA!", "NON C'E' più TEMPO DA PERDERE!"
Non perché si debba andare da qualche parte in particolare, non perché si debba fare o realizzare qualcosa in particolare, ma perché si viva la vita con più attenzione, con più presenza. Perché, come dice Ligabue: in questo viaggio non si ripassa dal "via".
Questo mi ha detto il blog.
Questo mi ha costretto a chiedermi: quanto senso, quanto spessore, quanta realtà cerco veramente nella mia vita?
Di fronte a queste domande, di fronte a questa ricerca di significato, di fronte alla sofferenza urlata da Baudelaire e da chi lo ha citato, le azioni ignobili della casta dei politici, dei furbi del quartierino, mi avvelenano con il fetore ripugnante della loro meschinità. E se non fosse che influiscono direttamente sulla vita di noi-cittadini, attraverso le prigioni fisiche e spirituali sulle quali questa società si edifica, non meriterebbero che un nobile disdegno, come del filosofo verso il crapulone.
Se non fosse che, a suo modo, una speranza c'e', per chi, al di la delle parole o delle belle righe, riuscisse a vivere un'esperienza del genere (non io, non ora purtroppo): quella di esprimere il proprio significato nonostante la prigione in cui si trova, come Victor Frankl, lo psicologo ebreo che riuscì a vivere il suo significato all'interno di un lager nazista.
1 Dicembre 2008
Ieri sera mi sono scoperto protagonista di una discussione che, per i suoi temi, mi ha sorpreso non essendo io, per quelle che credevo le mie sensibilità, uno che si definirebbe sensibile alla politica.
Ero a cena con dei colleghi a Milano, uomini e donne, e me ne stavo a tavola volentieri in disparte ascoltando, una volta tanto, più che parlando.
Una ragazza, molto presa da se stessa, si vantava di essere riuscita ad impedire agli impiegati della ditta per la quale lavora di timbrare il cartellino alle 17:10, obbligandoli invece a smettere di lavorare a quella ora "...posare la penna o smettere di scrivere al computer..." diceva, in modo che, tra riordinare la scrivania, spegnere il PC, eccetera, alla fine non timbravano prima delle 17:25 o giù di li.
E giù la filippica molto sentita di come siano detestabili quelle persone che, quando arriva l'ora di timbrare, non si fermano nemmeno un secondo di più, non s’impegnano per la ditta, non glie ne frega niente del fatto che un progetto, una consegna, potesse essere in ritardo, che la ditta avesse dei tempi stretti per una produzione, e via dicendo.
In quel momento mi sono sorpreso a risponderle che, talvolta, le ditte prendono impegni più onerosi di quelle che sono le risorse umane e di tempo sulle quali possono effettivamente fare conto. Credevo di aprire uno spiraglio di comunicazione, la possibilità di introdurre un'altra prospettiva nella discussione...viceversa la tipa ha visto nel mio intervento la conferma che, in tal caso, e' il dipendente che deve fare uno sforzo in più e consentire alla ditta di raggiungere un traguardo che altrimenti le sarebbe sfuggito, anche se, ahimè, quel poco di straordinario in più magari non sarebbe stato pagato.
Ed ecco che, quasi letteralmente, mi ascolto intervenire dicendo: "...ma, in definitiva, e' solo un lavoro! Se ad un dipendente viene assegnato un compito ed un tempo per svolgerlo, al termine il dipendente non fa niente di male a smetter di lavorare ed andare a casa".
Lei: "Ma se la ditta e' in ritardo?"
Io: "Allora la prossima volta valuterà meglio i tempi di consegna, in base alle effettive risorse che ha"; ed ancora (e qui si e' scatenato il pandemonio): "Dobbiamo smetterla con il santificare le esigenze delle ditte e delle industrie, con il giustificare la corsa disumanizzante alla produzione in tempi sempre più ristretti, che inevitabilmente si ottengono a discapito dei dipendenti, colpevolizzando chi non si sacrifica, in forma gratuita naturalmente, per le esigenze di una compagnia che, alla fine, del dipendente se ne frega e, appena può, lo inc**a alla grande!"
Bum!
Per me, che non mi ci facevo, e per lei: avessi bestemmiato in chiesa mi avrebbe perdonato più facilmente.
Continuando mi sono "permesso" di citare, molto astrattamente, casi di persone cui e' stato negato un contratto perché "poco motivati", non lavorando quel paio d’ore in più gratis tutti i giorni, o che hanno rischiato il licenziamento facendo notare irregolarità all'interno della ditta, colpevole di pubblicizzare prodotti con qualità inferiori a quelle propagandate.
Bestemmie: "...il dipendente in questione può sempre licenziarsi nel caso non sia d’accordo con l'azienda...”.
Io: "...ma e' l'azienda, sant’iddio, che truffa la gente, ed il dipendente e' la parte onesta!"
Lei: "...quella e' la politica dell'azienda? Se non gli piace che si licenzi!"
"Ed il caso delle raffinerie e dei morti di tumori? Delle persone bruciate per mancanza di sicurezza nelle fonderie?"
"...non si possono rimborsare tutti, altrimenti l'azienda rischia il crollo finanziario ed il danno e' maggiore".
In questo caso, io tapino, la tipa aveva come alleato la persona seduta al mio fianco, probabile futuro dirigente del mio settore...
"MA siete impazziti?" sono esploso, e poi mi sono rivolto a lei: "Non ti rendi nemmeno conto di quanto tu sia appiattita sulle logiche aziendali, di quanto tu creda di esprimere un tuo pensiero mentre, invece, ripeti semplicemente la dottrina che ti hanno insegnato"
E lei si e' sentita offesa. Mi ha dato del comunista. Le ho risposto che, quando qualcuno usa la dialettica berlusconiana in una discussione, dimostra automaticamente di non avere validi argomenti da sostenere, e che in ogni modo se voleva aver ragione che se la prendesse, che io comunque non ero li per fare proseliti.
N’e' seguito un fiume d’invettive, che mi hanno costretto un paio di volte sulla difensiva con frasi del tipo: "Ma alla fine che c***o vuoi sentirti dire? Non ti accontenti nemmeno se ti do ragione!", ed alla fine ne sono uscito come un mezzo eretico, prova n’e' stata che, uscendo dal ristorante, gli altri parlottavano allegramente tra loro ed io ero finito in disparte; il che, peraltro, non mi disturbava affatto.
Vengo al punto (finalmente): fino ad ieri ho vissuto alcune delle discussioni che sono passate per queste pagine in maniera astratta, comprensibili in teoria ma, in qualche modo, lontane dalla mia reale esperienza.
La discussione angosciata, talvolta, sulla politica mi coinvolgeva alla maniera in cui mi coinvolgono le donazioni a "Save the Children": riconosco la effettività del problema, la correttezza delle opinioni, mi adopero per non ignorarle, pur non essendone profondamente toccato. Il grido accorato di un'anima che non trova più uno specchio in cui riflettersi mi sembrava giusto, ma lontano...
Fino ad ieri sera.
Ieri sera, per la prima volta, ho avuto un po' paura.
Non ho avuto paura di dire la mia: ho avuto paura di vivere l'assoluta mancanza di corrispondenza nelle persone che avevo intorno. Mi sono sentito un diverso, una minoranza.
E per la prima volta mi ha spaventato la maggioranza (la sua cieca ottusità). Ho disperato.
A me non spaventa il "Berlusconi" (orami sollevato agli onori di un'antonomasia) di turno, o i furbi del quartierino.
Mi spaventano i miei supposti "simili"...
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