martedì 28 ottobre 2008

La cultura del permissivismo - 1

Negli anni ’70, su un giornale americano apparve un curioso articolo sugli effetti dell’attuale educazione «liberale». All’interno dell’articolo si riportavano “le dodici regole da applicare per fare del proprio figlio un buon delinquente”, redatte dalla Direzione della Polizia di Seattle, nello stato di Washington.
1.Fin dall’infanzia dategli tutto ciò che desidera. Crescerà così pensando che il mondo intero gli è dovuto.
2.Se dice delle volgarità, ridete. Si crederà molto astuto.
3.Non dategli alcuna formazione morale. Quando avrà ventun’anni sceglierà da solo.
4.Non ditegli mai “è male”. Potrebbe farsi un complesso di colpa e, più tardi, quando sarà arrestato per furto d’auto, sarà persuaso che sia la società a perseguitarlo.
5.Raccogliete quello che lascia in disordine. Avrà così la certezza che sono sempre gli altri i responsabili.
6.Lasciategli leggere tutto. Sterilizzate ogni oggetto intorno a lui, ma lasciate che il suo spirito si nutra di immondizie.
7.Litigate sempre in sua presenza. Quando il vostro matrimonio andrà in pezzi, non sarà turbato.
8.Dategli tutto il denaro che pretende, che non debba guadagnarlo. Ci mancherebbe che incontrasse le vostre stesse difficoltà!
9.Che tutti i suoi desideri siano soddisfatti: cibo, bevande, comodità, divertimenti. Altrimenti, si sentirà frustrato.
10.Prendete sempre le sue difese. I professori, la polizia ce l’hanno con lui, povero piccolo.
11.Quando sarà un buono a nulla, affrettatevi a dire che non avete mai potuto farci niente.
12.Preparatevi una vita di dolore: l’avrete.

Alcune precisazioni.
Prima. Non sono un fan delle forze dell’ordine, né lo sono mai stato. So bene che dietro a queste regole può nascondersi un atteggiamento di ossequio al legalismo, all’autoritarismo e all’obbedienza che, personalmente, non condivido affatto. Tale ossequio non fa parte della mia «natura» e neppure della mia «cultura».
Seconda. Ogni affermazione è, per forza di cose, unilaterale. La realtà, se guardiamo appena sotto la scorza superficiale, è una cosa e il suo opposto. Quando sostengo una tesi, non significa che la mia affermazione abbia un’intenzione assoluta, ma che va colta in relazione ad un contesto. Se io dico “oggi fa caldo”, può voler dire che, oggi, essendo in gennaio, fa caldo in relazione alla media delle giornate invernali. Chi mi ascolta, per spirito di contraddizione, potrebbe ribattere “esagerato, allora in agosto cosa dici?”, dando, così, un valore assoluto, inesistente, alla mia affermazione che voleva semplicemente avere un valore relativo al contesto attuale.
Perché dico questo? Perché so che molte persone, leggendo le dodici regole sopra riportate, possono avere pensieri del tipo: “Bisogna dare fiducia ai giovani”, “Con i sistemi repressivi non si ottiene niente”, “Meglio sbagliare avendo un atteggiamento permissivo, che cadere nell’autoritarismo”, “Non voglio ripetere con i miei figli gli errori commessi dai miei genitori, che mi hanno fatto molto soffrire”, “In fondo, oggi i giovani sono meno inibiti rispetto alle precedenti generazioni”, e così via. Alcune di queste osservazioni sono inesatte, altre sono banali, altre ancora, nella loro astrattezza, sono dotate di una veridicità lapalissiana.
Ad esempio, “bisogna dare fiducia ai giovani” è un’affermazione talmente astratta da non significare nulla. Chi può negare la veridicità di questa affermazione? “Bisogna dare fiducia ai giovani.” Bravo… Ma cosa significa dare fiducia ai giovani, concretamente? Questo spesso non si dice, perché non lo si sa.
Altro esempio. “Con i sistemi repressivi non si ottiene niente”. Giustissimo. Ma sei sicuro di cosa puoi ottenere con i sistemi permissivi? E ancora: sei in grado di scegliere tra comportamenti autoritari e permissivi, oppure sei inchiodato ai tuoi sensi di colpa?
Ultimo esempio. L’affermazione “in fondo, oggi i giovani sono meno inibiti rispetto alle precedenti generazioni” è senz’altro inesatta. Si può dire che, indubbiamente, il loro super-ego è meno rigido e meno schiacciato dal senso del dovere rispetto ai tempi addietro. Tuttavia, se osserviamo bene come stanno le cose, vediamo che i giovani, sì, avvertono una minore pressione riguardo ai compiti della vita, ma spesso sono più irresponsabili, più egocentrici e meno sensibili alle esigenze della collettività, la loro scioltezza non è altro che un’impulsività intollerante alla frustrazione, la loro disinvoltura nel campo sessuale è dovuta ad una visione sempre più «oggettivizzata» e «mercificata» del sesso, e così via.
Ecco che cosa c’è dietro le mie affermazioni «unilaterali»: il desiderio di sottolineare qualcosa di significativo della cultura contemporanea. Non avrei certamente sottolineato queste cose cinquant’anni fa. Che diàmine, anche la psicosintesi va storicizzata.
(continua)

1 commenti. Vuoi lasciare un commento? Sarà gradito.:

emanuele ha detto...

Sono cose che mi chiedo da tempo, anche se non ho figli, semplicemente guardandomi intorno adesso che (oddio!) ho un'età che non mi permette più di identificarmi con gli adolescenti ed i 20enni...
Leggo queste righe e mi chiedo perchè le cose stiano così.
E mi rispondo: ci manca una scala di valori culturalmente e socialmente condivisa.

Il povero Friedrich Nietzsche ce lo aveva detto un bel po' di tempo fa: "...Dio è morto..." [ora sono c@**i nostri, N.d.T.].

Ovvero: i valori fondanti della nostra società cristiano-occidentale si sono sgretolati, ed adesso dovremo prenderci da soli la responsabilità di valutare ciò che è bene e ciò che è male.
Anche per i nostri (vostri) figli.

Alla fine credo sia tutto qui: noi adulti non siamo messi molto meglio dei nostri ragazzi, anzi siamo messi addirittura peggio, perchè almeno loro possono ancora esercitare il diritto di chiedere a noi un consiglio.

Non sappiamo più ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in prima istanza per noi stessi, e di conseguenza per i nostri figli.

Lungi da me ogni appello a ritorni acritici verso Fedi orientali/occidentali/mediorientali, ecc., dove si baratta la paura dell'ignoto con la prigionia psichica ed intellettuale...Chi lo fa se ne prende la responsabilità totale e non venga a farmi prediche sulle derive morali e sulla necessità di un'ancora nella tempesta dell'egoismo. Quell'ancora mi sembra una pietra al collo.

Ma non possiamo nemmeno negare che il problema dell'educazione dei figli, della nostra società, di noi stessi, sia in ultima istanza un problema di fede.

In cosa credo?
Quindi: cosa ritengo giusto e cosa no?
Di conseguenza: quale strada indicherò a mio figlio/a?

La società, vuoi in maniera dolosa o per semplice mancanza di risposte, non ci aiuta...anzi ci impedisce spesso di pensare.

Ma per fortuna ci sono tracce di un sentiero qua e là: negli scritti di Abram Maslow, Eric Fromm, Roberto Assagioli, Carlo Collodi...per non espormi a critichre ho cercato degli esempi non in odor di religione o filosofia...

In questo senso mi trovo daccordo con quello che leggo in queste righe: la psicosintesi deve essere storicizzata.
Il suo compito, nell'epoca attuale, è quello di guidarci nel cammino verso la scoperta di ciò che è bene e ciò che è male, per ciscuno-di-noi-nel-mondo.

Intuito questo...il "problema" dell'educazione dei figli cesserà di essere tale.

Posta un commento

Scrivi nel riquadro qua sotto. Pubblicheremo tutti i commenti, tranne quelli che costituiscano violazione di leggi o che siano volgari, offensivi, violenti e sterilmente polemici. Tuttavia, si prega di inserire il nome e cognome e la città dove si vive: un commento firmato è più «trasparente» e, quindi, maggiormente gradito.

Se non sei un utente di Google, nella sezione "Commenta come..." seleziona "Anonimo", così non ti sarà richiesta la password.