Scossi la testa, dubbioso.“È questo, allora, l’obiettivo della Psicosofia: la razionalizzazione della personalità?”
Il magister mi guardò soddisfatto e divertito insieme.
“Oh, certamente no… Finora abbiamo parlato di qualcosa di cui noi Filosofi, in verità, ci occupiamo ben poco. Ascolta con attenzione...”
Cominciò a frugare nella borsa di cuoio, fino a quando ne estrasse un vecchio volume, lo sfogliò e iniziò a leggere.
“ «La società è la più forte istigatrice dell’incoscienza, perché la massa divora il singolo che non trova fondamenti in se stesso, riducendolo immancabilmente a particella impotente. Lo Stato totalitario non potrebbe sopportare neppure un istante che la psicoterapia si arroghi il diritto di aiutare l’uomo a realizzare la sua naturale destinazione; al contrario, insisterebbe sul fatto che essa non deve essere altro che strumento della produzione di forze collettivamente utili. La psicoterapia si trasformerebbe così in un tecnicismo teso ad un unico scopo: l’incremento dell’efficienza, del rendimento sociale… La psicologia sarebbe abbassata a mera ricerca delle possibilità di razionalizzare l’apparato psichico. Per quanto riguarda infine le finalità terapeutiche del trattamento, l’incorporazione del paziente nella struttura statale diverrebbe il criterio di guarigione.»
È la voce di un maestro del passato, Carl Gustav Jung, il quale afferma decisamente che la ‘razionalizzazione’ della personalità non può costituire il criterio definitivo del trattamento psichico. Siamo nel 1941, nel bel mezzo del conflitto mondiale e l’Europa è in mano alla follia nazista. E’ anche il periodo della follia comunista, del socialismo reale dell’Unione Sovietica. Quindi, è chiaro cosa ha in mente Jung quando parla di “Stato totalitario”.
Jung, però, non poteva immaginare che era in agguato un altro totalitarismo, quello ‘democratico', per così dire, fondato non sulla bruta repressione, ma sulla subdola seduzione. Infatti, proprio nella culla del totalitarismo democratico, negli Stati Uniti d’America, appare la psicoterapia di regime, il cui obiettivo è adattare l’individuo agli scopi sociali, renderlo un tranquillo e soddisfatto membro del gregge.
E anche quella che aveva iniziato il suo cammino come ‘psicologia del profondo’, mi riferisco alle correnti psicoanalitiche, si macchiò di questa grave colpa e furono pochi i terapeuti che sollevarono la propria voce in favore di una concezione più alta della ‘cura dell’anima’.
I rappresentanti di quella ‘psicologia della superficie’, come amo definirla, sono i precursori dei nostri Dottori dell’anima, gli attuali Psicologi, i quali svolgono proprio la funzione di integrare socialmente gli individui, di restituire la salute sociale a coloro che anelano a diventare membri pienamente inseriti nella comunità.
Spesso non è possibile procedere oltre. Vi ricordate quanto abbiamo in precedenza detto riguardo ai livelli espressivi delle emozioni? Stadio uno, umore. Stadio due, emozione. Stadio tre, disturbo mentale. In quest’ultimo stadio la terapia del profondo non ha alcuna chance, perché la mente emotiva ha preso completamente il sopravvento. Lo Psicosofo, nel caso si trovasse di fronte ad un individuo perlopiù collocato al terzo stadio, non deve far altro che indirizzarlo ad un intervento tecnico, presso un Dottore Psicologo. Egli lo tratterà con i farmaci appropriati e gli renderà una parvenza di equilibrio emotivo. Un tale intervento, è ovvio, non agisce sull’uomo, ma sulla macchina biologica e, del resto, non è possibile fare altro, per il momento.
C’è una seconda situazione, più sottile, in cui la Psicosofia non è indicata, e cioè nel caso in cui manchi una sufficiente profondità nella persona che richiede la cura. Dovrete stare molto attenti, perché capita spesso che individui superficiali e poco motivati richiedano un trattamento psicosofico. Il perché è evidente: spendono molto meno versando il relativo ticket presso l’amministrazione, che non rivolgendosi ad uno Psicologo, che è un libero professionista.”
Ridemmo insieme, contagiati dalla risata fragorosa del magister.
“Tuttavia – riprese -, essi non si rendono conto di cosa in realtà stiano cercando, e tanto meno di che cosa abbiano bisogno. Perlopiù, lamentano di essere afflitti da comuni disturbi di origine relazionale, alimentare o sessuale, oppure vogliono smettere di fumare o cose di questo genere. Quello che vogliono è solo ritornare al loro precedente equilibrio, essere dei 'normali' esponenti della massa. Noi non dobbiamo impiegare le nostre energie con queste persone - e anche se lo volessimo non potremmo fare granché per loro... Dal momento che sono individui superficiali, hanno solo bisogno della “psicologia della superficie”: qualche farmaco, qualche riprogrammazione del comportamento, qualche buon consiglio e, sorpresa!, il gioco è fatto. Ma per la nostra Psicosofia, in quanto “psicologia del profondo”, ci vogliono anime profonde, e sensibili. E a queste dobbiamo dedicare tutta la nostra attenzione e tutta la nostra passione.”
(continua)

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