giovedì 17 aprile 2008

L'era planetaria, 3

Ascoltavamo affascinati il Decano, mentre continuava a tratteggiare, a sommi capi, le vicende che avevano portato all’istaurarsi della nostra Era.
“Gli intellettuali, che avevano in mano il potere scientifico e tecnologico, e quindi la capacità di far funzionare o, all’opposto, di sabotare, l’intero sistema, scoprirono finalmente una ‘coscienza di classe’, come un tempo si diceva, e una nuova dignità. Capirono che continuare a garantire l’interesse di pochi ricchi avrebbe portato alla distruzione l’intero pianeta e, sostenuti dalle masse sempre più impoverite e impaurite dagli esiti drammatici a cui li stava conducendo la plutocrazia mondiale, si ribellarono al sistema.
Soprattutto gli informatici fornirono, in termini tecnici, un preziosissimo aiuto: organizzarono una rete operativa capace di coinvolgere l’intero pianeta in forme di disobbedienza civile, di resistenza passiva, di boicottaggio e anche di sabotaggio a impianti d’importanza nevralgica. In breve, ciò portò ad una situazione insostenibile, al punto che i centri di potere della plutocrazia dovettero patteggiare e ridurre progressivamente la loro influenza decisionale, fino ad esaurirsi nella prima metà del XXII secolo.
Gl’intellettuali furono portatori di una nuova visione sociale, dove le facoltà e le realizzazioni del pensiero assumevano un ruolo preminente. Certo, non è proprio quello che intendeva Nietzsche quando pensava alla casta superiore. Sentiamo cosa dice a proposito:
«La casta più elevata – io la chiamo: i pochissimi, ha, in quanto perfetta, anche i privilegi dei pochissimi, tra cui v’è quello di rappresentare la felicità, la bellezza, la bontà della terra. Unicamente agli uomini più spirituali è consentito avvicinarsi alla bellezza, al bello: soltanto presso di loro la bontà non è debolezza. Pulchrum est paucorum hominum: il bene è un privilegio. Nulla al contrario può essere meno permesso a essi che brutte maniere o uno sguardo pessimistico, un occhio che imbruttisca – o addirittura un’indignazione di fronte all’aspetto complessivo delle cose. […] Gli uomini più spirituali, in quanto sono i più forti, trovano la loro felicità dove altri troverebbero la loro distruzione: nel labirinto, nella durezza contro di sé e gli altri, nell’esperimento; il loro piacere sta nel costringere se stessi: in loro l’ascetismo diventa natura, bisogno, istinto. La difficoltà di un compito è per essi un privilegio: giocare con i pesi che schiacciano gli altri è per essi una ricreazione... Conoscenza – una forma dell’ascetismo. – Essi costituiscono la più rispettabile specie di uomini: ciò non esclude che siano i più sereni, i più amabili.Essi dominano non perché vogliono, ma perché sono; non hanno la libertà di essere i secondi.»
Ecco, Nietzsche, in questo passo di rara bellezza, adombra l’uomo spirituale, che non è l’uomo intellettuale. Eppure, quegli uomini, quegli intellettuali, fondatori della nostra era, l’Era Planetaria, erano animati dalla certezza che la conoscenza fosse il bene più grande dell’uomo, al di sopra della ricchezza e del potere, e che l’onore consistesse nell’acquisire meriti in campo scientifico, artistico, o culturale in genere. Badate bene: essi ricercavano non la fama o l’ottenimento di posti di prestigio in quei campi - questo succedeva anche precedentemente -, ma inseguivano una scoperta, una creazione, qualcosa, insomma, che potesse risultare utile alla comunità.
E questo, a tutt’oggi, rimane il principio di fondo del nostro sistema sociale. Potremmo dire che l’uomo, nell’Era Planetaria, è salito di uno scalino evolutivo, acquisendo una identità intellettuale, anziché emotiva come in precedenza. Ma continuiamo a seguire Nietzsche:
«I secondi: sono i guardiani del diritto, gli amministratori dell’ordine e della sicurezza, sono i nobili guerrieri, e soprattutto il re in quanto compendio supremo del guerriero, del giudice e del depositario della legge. I secondi sono gli esecutori che aiutano i più spirituali, il prossimo che appartiene a essi, quel che li solleva da tutto quanto vi è di grossolano nel lavoro del governare – il loro seguito, la loro mano destra, i loro migliori discepoli. In tutto questo, ripetiamolo ancora una volta, non v’è nulla di arbitrario, nulla di «fabbricato»; quel che è diverso, è fabbricato – in tal caso si è recato danno alla natura... L’ordinamento delle caste, la gerarchia, formula soltanto la legge suprema della vita stessa; la separazione dei tre tipi è necessaria alla conservazione della società, affinché siano resi possibili tipi superiori e sommi – la disuguaglianza dei diritti è la condizione prima perché ci siano in generale dei diritti. – Un diritto è un privilegio. Ognuno ha, nel suo modo di essere, anche il suo privilegio.
Non sottovalutiamo i privilegi dei mediocri. Quanto più la vita cresce in altezza, tanto più si fa dura – aumenta il gelo, aumenta la responsabilità. Una cultura elevata è una piramide: essa può poggiare soltanto su un vasto terreno, essa presuppone in primo luogo una mediocrità robustamente e sanamente consolidata. Il mestiere, il commercio, l’agricoltura, la scienza, la maggior parte dell’arte, in una parola l’intero complesso dell’attività professionale si accorda perfettamente soltanto con una mediocrità nel potere e nel desiderare; tale attività sarebbe fuori posto tra eccezioni, l’istinto che le compete contraddirebbe tanto l’aristocraticismo quanto l’anarchismo. Per essere una pubblica utilità, una ruota, una funzione, occorre una determinazione naturale: non è la società, ma quella sola specie di felicità di cui la maggior parte degli uomini è capace, a fare di essi macchine intelligenti.
Per i mediocri essere mediocri è una felicità; la maestria in una sola cosa, la specializzazione, è un istinto naturale. Sarebbe del tutto indegno di uno spirito profondo, vedere nella mediocrità in sé già un’obiezione. Essa è anzi la necessità prima perché possano esistere eccezioni: una civiltà elevata trova in essa la sua condizione. Se l’uomo d’eccezione tratta proprio i mediocri con dita più delicate di quelle con cui tratta se stesso e i suoi pari, non è, questa, pura cortesia del cuore – è semplicemente il suo dovere...»

Questa è la visione di Nietzsche, è la sua traduzione del codice di Manu. Ciò che intendo sottolineare è che in ogni società possiamo scorgere questa suddivisione in ‘caste’, lo si voglia o no riconoscere. Nell’Era Moderna, con il suo egualitarismo, il suo democraticismo, vi era una casta superiore, i super ricchi, i grandi imprenditori e investitori finanziari. Poi vi era la casta dei difensori di questo sistema, dal quale ottenevano privelegi e onore: i politici, soprattutto,e poi professionisti come gli avvocati, i medici, i docenti universitari, le strutture militari e religiose, famosi personaggi dello spettacolo, eccetera. Infine vi era la terza casta, ciò che Nietzsche chiama ‘i mediocri’: impiegati e tecnici, operai e contadini, artigiani e commercianti... Al di là delle tre caste, in questa gerarchia unicamente fondata sul censo, vi erano i paria, gli esclusi, i disoccupati e gli immigrati, gli alienati mentali e i vecchi.”
(continua)

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