giovedì 27 marzo 2008

Sull’educazione, 5

L’educazione è un compito assai complesso, non c’è che dire. E si muove sulla linea sottile che corre tra l’autorità «paterna» e la libertà di espressione individuale. Un altro appunto di Assagioli recita così:
“Sintesi fra i due opposti principi della libertà e dell’influsso attivo esercitato. La libertà sola data all’allievo non basta. Egli stesso chiede direzione, guida, aiuto.”
Educare alla «responsabilità», che è la sintesi perfetta di libertà e dovere, di espressione creativa ed obbedienza ad una legge. In un’educazione di questo tipo, il principio di autorità va esercitato nel modo più «impersonale» possibile, ad esempio nelle cosiddette ‘punizioni’.
“Cercar che le cose stesse puniscano il fanciullo, che egli veda la reazione indebita. Deve essere qualcosa d’impersonale, una legge della vita, che l’adulto applica e lascia manifestare e indica e spiega impersonalmente.”
“Che le cose stesse puniscano il fanciullo” è educare alla responsabilità. Se guardiamo bene, «punire» e «lasciare che le cose stesse puniscano» riflettono i due atteggiamenti religiosi dell’Occidente e dell’Oriente. Nelle religioni monoteistiche c’è l’idea di una punizione divina, che scende dal Cielo, mentre le religioni orientali parlano di una legge del karma, secondo la quale le azioni, buone o cattive che siano, ricadono invariabilmente su chi le ha commesse.
Dovremmo recuperare un po’ della saggezza orientale. Innanzitutto, non dovrebbe esserci alcuna animosità nella punizione, alcun sfogo emotivo da parte dell’educatore: la punizione è data perché deve essere data.
In secondo luogo, per quanto è possibile, la punizione dovrebbe arrivare come logica conseguenza di un atto o di una scelta dell’individuo. Ad esempio, un insegnante deve far notare all’allievo che, se continua a non impegnarsi, inevitabilmente non riuscirà a superare l’esame finale. È sufficiente rendere consapevole l’allievo, in maniera sincera e distaccata insieme, evitando tutti quegli atteggiamenti, quelle pressioni, quegli scatti animosi, che rendono evidente quanto il problema riguardi l’insegnante più dello studente. E lo stesso insegnante, magari, alla fine dell’anno, fa di tutto per ‘aiutare’ l’allievo negligente. Una grande coerenza, non c’è che dire. Il genitore dello studente, nel frattempo, dopo aver minacciato fuoco e fiamme al figlio per l’intero anno, dopo la bocciatura lo premia con il telefonino cellulare di ultima generazione. “Poverino, c’era rimasto così male! E poi ha promesso che l’anno futuro farà meglio.”
Ecco, se vogliamo far diventare i giovani degli adulti irresponsabili, questo è l’atteggiamento migliore: i giovani, in questo modo, crescono con l’idea che, qualsiasi cosa facciano, vi sarà sempre qualcuno che li salverà. Ma questo non è forse il modo di pensare dei bambini di due anni, che pongono tutta la loro fiducia nel genitore onnipotente? Ancora: tale atteggiamento del genitore (o dell’insegnante) non è finalizzato a tenere il figlio (l’allievo) legato a sé, invece che renderlo libero e indipendente? Non serve, quindi, a gratificare un bisogno narcisistico dell’adulto, invece che essere al servizio di un’esigenza del giovane in crescita?
Purtroppo, la storia umana continua ad essere fatta di cicli che si ripetono in maniera monotona. È triste riconoscere che l’uomo sembra non imparare nulla. Così, ad eccessi di rigidità educativa seguono invariabilmente periodi di lassez faire, di permissivismo. Oggi viviamo un periodo in cui la disciplina e il senso di responsabilità sono banditi. Già Assagioli ne era testimone:
“Abolizione di ogni disciplina e di ogni specie di autorità. Cattivi risultati. Si è riscontrato che bambini e adolescenti cercano una guida e particolarmente un esempio, un modello.”
Chiunque, per crescere, ha bisogno di un modello. Chiunque per crescere ha bisogno di limiti e, all’interno di questi limiti, sentire di potersi muovere liberamente. Chiunque per crescere ha bisogno di punti di riferimento certi, sicuri, degni di fiducia, ha bisogno di coerenza… e invece:
“Divergenze fra adulti: il bambino non sa a chi credere, a chi obbedire. […] Figlio che è vittima dei dissensi fra i genitori. Il genitore che le dà tutte vinte al figlio, per accaparrarselo affettivamente, farsene un alleato contro l’altro coniuge. Oltre al male che ne viene al figlio, è spesso un calcolo sbagliato: il figlio spesso non stima chi è debole verso di lui, ne abusa, diventa prepotente, esigente e finisce perfino col rinfacciare al genitore la sua eccessiva indulgenza quando ne scopre i cattivi effetti in sé. Gli effetti delle discordie fra genitori, sia il ‘semplice’ disorientamento prodotto dalla diversità di opinioni, di indirizzo, di condotta, che può bastare a rendere incerto e indeciso un figlio per tutta la vita, sia i casi più gravi in cui i genitori si servono, talvolta inconsciamente, dei figli come armi l’un contro l’altro.”
Come è possibile, oggi, dopo un secolo di psicologia del profondo, che i genitori siano ancora così ignoranti - circa elementi così fondamentali per l’armonico sviluppo del bambino – da incorrere continuamente in questi errori? Com’è possibile che questi princìpi così basilari di psicosintesi quotidiana siano ancora così lontani dalla nostra cultura scolastica e dalla nostra vita? A che servono le scoperte culturali, in tutti i campi, se non diventano patrimonio comune di un’intera società, se non si trasformano in prassi collettiva?
Ho un sogno: nella società del futuro l’educazione, la didattica, la terapia, la religione, la politica, la comunicazione, il diritto, l’economia, l’ecologia, insomma, tutte le discipline che concorrono alla qualità della vita dell’uomo sulla Terra, saranno integrate profondamente fino a costituire un’unica conoscenza orientata in un’unica direzione. In pieno spirito psicosintetico.
(continua)

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