venerdì 14 marzo 2008

Sull’educazione, 2

C’è un antico vangelo apocrifo, il cosiddetto Vangelo esseno della pace, che affronta - su un piano spirituale, s’intende – il tema dell’educazione materna e paterna:
“In verità, nessuno può arrivare al Padre Celeste se non attraverso la Madre Terra; così come nessun neonato può comprendere l'insegnamento del padre prima che sua madre l'abbia allattato, curato, lavato, cullato e allevato. Finché il bimbo è piccolo il suo posto è con sua madre e dovrà ubbidire a lei. Ma quando sarà cresciuto il padre lo porterà con sé a lavorare nei campi e il bambino tornerà da sua madre solo all'ora di pranzo e di cena. E suo padre lo istruirà al fine di renderlo esperto nel suo lavoro. E quando il padre vedrà che il figlio comprende le sue istruzioni e fa bene il suo lavoro gli affiderà tutte le sue proprietà, in modo che esse appartengano al suo figlio diletto e affinché il figlio possa continuare il lavoro di suo padre.”
In questa metafora, la madre allatta, culla, protegge il bambino, cioè gli offre quel nutrimento necessario ad acquisire fiducia nella vita. I primi anni si svolgono sotto la tenera cura della madre e anche in futuro l’adulto – maschio o femmina che sia – vivrà archetipicamente l’esperienza materna come quell’Eden naturale originario, dove tutto è armonia e spensieratezza. Ciò avviene, ovviamente, quando la madre è una madre; altrimenti, l’archetipo materno prende le sembianze della «vecchia strega», divorante e castrante…
Quando il bambino è cresciuto, suggerisce il vangelo, l’influsso paterno si fa progressivamente più importante. Il fanciullo è «istruito» dal padre riguardo al lavoro, attraverso il quale si renderà utile nella vita. La vigile cura paterna costituisce il tramite con la società e rappresenta l’esperienza archetipica della Legge, attraverso l’impronta educativa ed etica che trasmette al figlio. Anche in questo caso – è ovvio - c’è il rischio di cadere nel «tiranno prepotente», che opprime e impedisce ogni libera espressione di sé.
Già questo è sufficiente a delineare i due tipi d’influsso nella cura verso i giovani: quello materno come «nutrimento» e quello paterno come «guida». Riportiamo ancora le parole di Assagioli:
“E’ richiesta l’armonica cooperazione della influenza materna e paterna. […] Equilibrio fra l’una e l’altra influenza: dapprima è maggiore la materna, ma poi, gradualmente, la paterna.”
Ciò è in perfetta sintonia con il brano del Vangelo Esseno, un vangelo che, con ogni probabilità, il padre della Psicosintesi non conosceva neppure. Assagioli parla di “armonica collaborazione” fra i due influssi, senza sbilanciamenti, in difetto o in eccesso. E dove si riscontra la carenza di uno dei due princìpi, bisognerà intervenire con lucidità, rafforzando ora la cura materna, ora quella paterna.
Questo tipo di collaborazione, oggi, è assente e i figli sono abbandonati a se stessi.
(continua)

1 commenti. Vuoi lasciare un commento? Sarà gradito.:

Anonimo ha detto...

Questo secondo post sull’educazione chiarisce puntualmente il precedente su cosa rappresenta la figura materna nell’educazione di un figlio e quali sono le energie tipiche della figura femminile.
Come se si stesse andando più a fondo, dall’analisi della situazione si passa a considerare la giusta prospettiva, restituendo al genere femmnile quella dignità perduta nel rincorrere i valori maschili.
Credo che tutte le donne, anche chi non è un’educatrice o chi non ha figli, dovrebbero sentirsi chiamate in causa da queste parole, poiché prima di poter educare qualcun altro si dovrebbe essere arrivate ad una minima conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie potenzialità come persone e come genere, delle qualità femminili da sviluppare e di cosa, invece, va rivisto nel nostro modo di pensare maschilista che ci è stato inculcato fin da piccole.
Adesso più che mai i valori maschili vengono rispettati e considerati come quelli che permettono la realizzazione di sé nel lavoro, in ambito sociale, nella propria affermazione in generale.
L’altro lato della medaglia è che alle donne che non rientrano in questa categoria rimane come modello alternativo in cui identificarsi, quello delle veline.
Il modo in cui le donne permettono di farsi trattare nel mondo dello spettacolo, ad esempio, per fama e/o per soldi, è veramente triste: mina alla base della nostra cultura il valore e la dignità di tutte le donne.
Credo anche che non basti partorire un bambino per essere madre.
Portare avanti una gravidanza e mettere al mondo un figlio è una cosa abbastanza meccanica e naturale, mentre essere coscienti della funzione che riveste la madre nella vita del bambino non è così spontaneo o lo è sempre meno. Gli esempi di incapacità in questo senso abbondano, basta vedere le carenze affettive dei bambini di oggi.
D’altra parte neanche i padri sono sollevati dalle loro responsabilità perché dell’assenza di idee, valori, determinazione e risolutezza negli adolescenti di oggi, possiamo ringraziare loro.
Insomma anche gli uomini pare soffrano di questa mancanza di identità di genere.
Purtroppo la donna ha dovuto lottare per arrivare a quella parità di diritti che adesso viene data per scontata nei paesi “civilizzati” ed è anche vero che in questa lotta si è persa nel cercare di essere sempre più simile all’uomo abbandonando la propria specificità.
L’unica prospettiva utile e creativa che vedo in questa stratificazione di problemi, dall’ambito familiare a quello sociale, è ritrovare le proprie radici andando a focalizzarci su cos’è davvero l’essere umano e come può ritrovarsi e svilupparsi nella sua nota distintiva.
È un lavoro faticoso che ha bisogno di continuità per non farsi risucchiare dall’inerzia e dagli stimoli esterni volti a distrarci, ma è l’unico che possa restituirci una profondità e un’identità perdute in questa fiction in cui siamo immersi.
Ci auguro un buon Lavoro a tutti: ce n’è tanto bisogno!
Elena

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