Nell’ultimo post, introducendo un’analisi del carattere sociale predominante nella nostra cultura, ho concluso affermando “che la nostra attuale società è del tutto superficiale, esteriore, opportunista, esibizionista, elementi tutti del «carattere narcisistico».” Ciò emerge chiaramente dalla constatazione che il nostro Dio non è il dio della tradizione ebraico-cristiana, al di là delle apparenze numeriche e delle ipocrite dichiarazioni di fede dei soliti furbi di professione. Il nostro Dio è il «Mercato», con le sue leggi e i suoi valori.
Il Profitto, innanzitutto, cioè la brama di accumulare più denaro possibile, senza farsi troppi scrupoli riguardo alla sicurezza sul lavoro, all’equa distribuzione delle ricchezze, allo sfruttamento della mano d’opera, allo spreco e alla distruzione delle risorse naturali, alla devastazione dell’ambiente… Il processo di globalizzazione è in mano ad un pugno di multinazionali e lobby finanziarie, i cui consigli d’amministrazione hanno rispetto solo per l’interesse degli azionisti, quando va bene.
La Produzione è il secondo elemento della Santissima Trinità. Come il Figlio, nella teologia cristiana, discende dal Padre, allo stesso modo la Produzione discende dal Profitto. Quasi nessuno si chiede se ci sia un’alternativa alla «crescita economica», all’«aumento del Pil»: sono princìpi economicistici che vengono dati per ovvi. Eppure la nostra crescita non è più sostenibile, da ogni punto di vista. Eppure bisogna frenare i consumi, invece che incoraggiarli.
Lo Spirito unisce in un vincolo d’amore Padre e Figlio. Così dice il magistero della Chiesa. Analogamente, il principio di Prestazione, il terzo elemento della trinità del Mercato, crea quel vincolo culturale e psicologico che cementa il Profitto e la Produzione. Tale principio sancisce che l’individuo sociale ha la sua ragion d’essere all’interno del sistema produttivo, che vive in funzione di quello, cioè in funzione dell’utilità economica della sua prestazione lavorativa. E sancisce anche il suo valore: l’individuo vale in base ai suoi profitti, al denaro a sua disposizione. Più ricchi si è e più siamo degni di stima all’interno della gerarchia sociale.
La Psicosintesi può forse rimanere neutrale di fronte a questo stato di cose? La Psicosintesi può forse trascurare il fatto che l’attuale sistema socio-politico riduce l’uomo a «merce»? Una merce deve essere attraente, invitante ed esibita il più possibile: questo, e non la sua reale qualità, è l’ingrediente principale del suo successo. Così è e si sente l’attuale individuo narcisistico: una merce, qualcuno che deve vendersi bene. Calcolatore, opportunista, desideroso di mettersi in mostra, ingannevole, capace di indossare mille maschere, buono per tutte le stagioni, senza scrupoli, indifferente ai valori profondi, ma sempre a proprio agio nella superficialità e nell’effimero.
(continua)

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